Mentre guardavo il Napoli imporsi nei primi minuti di gioco offerti nel gelo del Meazza, mi è tornata in mente una sua intervista.
Quella in cui diceva che l'obiettivo raggiunto quest'anno dal Napoli non si misura con le statistiche e con i titoli, ma si vede nell'atteggiamento in campo.
Vero è che non ci spaventano più i grandi palcoscenici, anzi, ci esaltano. Forse ne siamo addirittura succubi, una sorta di dipendenza dall'adrenalina emozionale che viene in dono dall'inno della Champions o dall'esibirsi in un tempio del calcio come San Siro.
Non è una novità assoluta. Anche l'anno scorso abbiamo perso punti decisivi con il Chievo (nome che non faccio a caso, visto che lunedì i veneti saranno ospiti al San Paolo), con la differenza non sottile che il problema si diceva fosse il turn over e la panchina corta. E invece quest'anno anche i "titolarissimi" sembrano mettersi raramente d'impegno. E il match di San Siro ne è stata una riprova.
Poche squadre quest'anno si erano permesse il lusso di mettere in difficoltà a domicilio i rossoneri. Che, per inciso, hanno gli stessi punti che aveva il Napoli di questi tempi un anno orsono.
Il Napoli sembra affetto da un male adolescenziale: l'apatia.
Le lunghe giornate tutte uguali. La noia di affrontare Siena, Cesena e Bologna.
E' la mentalità vincente che latita. L'entrare in campo con la risolutezza del più forte che metterà al tappeto il più debole e glielo fa capire subito. Occhi negli occhi. Esattamente come, nei primi minuti di gioco, ieri abbiamo messo in chiaro al Milan che non eravamo disponibili a fare da sparring partner.
Se Mazzarri è stato bravo a portarci fin qui, ad un passo dall'essere una squadra con la mentalità vincente, mi domando se sia l'uomo adatto allo step successivo. Perché ho l'impressione che questo Napoli assomigli terribilmente al suo allenatore. E, quindi, ne abbia ereditato i difetti.
Abbiamo ancora nelle orecchie i futili piagnistei di domenica scorsa e sotto gli occhi il brutto episodio di Villareal.
E manca l'audacia della squadra vincente: perché se Ibrahimovic esce dal campo e lascia i suoi in inferiorità numerica, c'è bisogno di un allenatore che instilli fiducia nei suoi uomini e paura nell'avversario: di un allenatore che metta in campo Pandev esattamente nel momento in cui da quello se ne va lo svedese.
A Walter Mazzarri siamo grati di averci portato fin qui, ma il Napoli che in superiorità numerica per mezz'ora non riesce neanche a sporcare i guanti di Amelia è una squadra che non ha più paura di perdere ma purtroppo non ha imparato a vincere.
Concludo con un omaggio e una digressione.
Il ritorno di Mondonico vale quanto Abidal che alza la coppa dei Campioni, o Armstrong che vince il Tour: una vittoria per la medicina e un messaggio di speranza che lo sport amplifica e porta a quanti lottano quotidianamente con il più subodolo dei mali. Dispiace, certo, per Tesser, ma che la riconoscenza e l'obiettività (il Novara non ha meno punti di quel che vale) non facciano parte di questo... mondo... non è certo una novità.
Sono sempre stato molto critico con il campionato a 20 squadre e questa grottesca ricerca di giorni adatti al recupero delle partite cancellate a causa del maltempo potrebbe infine riportare ad una saggia riduzione delle partite e delle squadre. Ne guadagnerebbe la regolarità del campionato, la qualità dello spettacolo e, ultima non per importanza, la Nazionale.
Dario Stipa Carotenuto
Napoletano, classe non meglio definita. Come il suo profilo: quello d'un artista volubile ed intellettualmente parisien, proprio come alcuni suoi trascorsi in quel di Francia. Multimedia ed arti visive tra i suoi interessi, la storia dello sport nel suo 'Memento'. Collabora, a modo suo, con FantaGazzetta, sin dal 2009.
Dario STIPA CAROTENUTO