Come nel più epico degli italici dualismi per il traguardo finale, Milan e Juve mollano le dirette concorrenti, Proprio come Coppie e Bartali

EDITORIALE - La grande fuga di Fausto e Gino, come Max e Antonio

Attimi di storia, sportiva e non
Attimi di storia, sportiva e non

Era il lontano 1940. Il ciclismo, allora, era sport molto più popolare e percettivo di quanto non lo sia oggi, orfano dei suoi miti, povero di stelle, misero di spettacolo. Entrambi correvano per la Cicli Legnano: Gino era capitano, Fausto un semplice gregario. Durante una tappa del Giro, Gino cade, Fausto, per ordine di scuderia, continua verso il traguardo, senza fermarsi per aiutarlo. Quella maglia rosa Fausto la terrà fino all’Arena di Milano, dove pochi giorni dopo vincerà il suo primo Giro d’Italia. Inizia qui la loro storia, che appassionerà e dividerà in due l’Italia del dopoguerra. Inizia qui la storia, ed il mito, di Fausto Coppi e Gino Bartali

I miei non sono - e non vogliono essere, per manifesta incompetenza in materia - i tedianti racconti d'un'epoca remota che fu, svilenti per i più giovani, e ridondanti per i più cresciutelli. Ma solo un modo come un altro, spero gradito, per giocarmi un parallelo che seppe di storia, e che rivive, oggi, in coloro che hanno ufficialmente, ieri, iniziato la loro fuga a braccetto, ma con tanti, rispettosissimi, spintoni vicendevoli, verso un traguardo ambito almeno quanto lo era il Giro o il Tour per Fausto e Gino.  
 
Coppi, piemontese ma cittadino del mondo, era più giovane di Bartali. Schivo, metodico, ma raffinato cultore del piacere, nonostante professionalmente coltivasse usi e costumi assolutamente impeccabili. Si raccontava - più che altro per coltivare il dileggio popolare dell'antitesi tra icone - anche fosse ateo e comunista. Tutte balle. Vero è invece che Gino Bartali, il suo miglior nemico, verace e burbero come la sua terra di Toscana, fosse democristiano e devoto. La loro era una rivalità tanto sportivamente accattivante e rispettosa, quanto mediaticamente altisonante. 
 
Max è toscano come Gino, ma, per carattere ed impostazione, ricorda più la vivace ma seriosa personalità di Fausto. Come Coppi, anche Max ama le belle donne, e non si nega qualche gossippara uscita. La D'Urso e la Patrizi certo non rimbomberanno gli echi mondiali come la Dama Bianca, ma poco ci manca. Antonio è fatto di muscoli e carne, ama il buon vino, ed esattamente come Gino ha nella sue vérve forte e tradizionalista l'arma principale da usare in battaglia. Qualcosa, però, quantomeno in ciò che entrambi i mister che oggi si contendono lo scudetto hanno saputo infondere alle loro squadre, differisce dall'epopea di Coppi e Bartali, ed anzi stona con quella simmetria. Se è vero come è vero che, come dicemmo nell'Editoriale di qualche mese fa, le squadre tendono ad assumere fisionomia ed impostazione dei loro mister, allora non regge neanche la peculiarità sportiva principe di antitesi tra Max e Antonio, e di Fausto e Gino. Bartali, difatti, era noto come un potente scalatore, capace di colpi di scena volitivi e straordinari; Coppi, invece, era un passista tenace e raffinato, che privilegiava la resistenza allo scatto bruciante, e la razionale distribuzione delle forze alle giornate di gloria. Il Milan di Allegri, in effetti, per ciò che ha dimostrato sinora, è una ciminiera di passione sportiva, ma solo quando vuole. Ed il suo trascinatore, lo svedesone che anche ieri ha saputo regalargli vittoria e punti, è storicamente tipo in grado di percorrere scoscese salite con la medesima facilità con cui batte una punizione dal limite, e la mette nel sette. 
 
La Juve, gran passista, non ha un uomo cardine. Ne ha, anzi, ad oggi, almeno cinque, e tutti gli altri sono diventati degli splendidi gregari per la Signora, almeno quanto Lambertini, Corrieri, Bresci e Bini lo furono per Bartali. Ma è il suo essere passista, mai spettacolare, ma disarmantemente continua, che la rende praticamente imbattibile. E, credetemi, non è un caso che lo scontro sia tra i grandi scalatori che hanno sinora messo in campo il miglior attacco della Serie A, ed i passisti che alzano barriere insormontabili in difesa, la migliore del campionato. Ed ha in Antonio Conte il suo compendio più efficace, la sua naturale prosecuzione fuori dal campo. Brera diceva di Coppi: "la sua struttura morfologica sembra un invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta". Mettete Antonio al posto di Coppi, e la sua Signora al posto della bici, e scoprirete quanto possa essere attuale ed azzeccato un pensiero di un cinquantennio fa, attraccato ad uno sport peraltro diverso. 
 
La sfida tra Fausto e Gino, però, non ebbe mai un vincitore. Alla fine delle loro tormentate (e tragiche, nel caso di Coppi) carriere, Coppi superò Bartali 171 volte; Bartali l'ebbe vinta su Coppi 159 volte. Come un vincitore assoluto, tra Milan e Juve, mai ci sarà. Ma una sola delle due vincerà il campionato. Chi delle due, proprio non ne abbiamo idea, a questo punto. D'una cosa, però, siamo convinti. Che tra le due regine del campionato sarà lotta spettacolare e mai astiosa sino al traguardo. E, probabilmente, assisteremo - prima di vedere le mani alzate dal manubrio dell'una o dell'altra - anche ad uno scambio di borraccia, tant'è il rispetto e la stima reciproca. Che poi, per inciso, non fu nemmeno una borraccia, ma una bottiglia d’acqua, probabilmente di Perrier. E chi la passerà a chi, comunque, resterà un dilemma inestricabile. Anche perchè, ad oggi, solo il fotografo di quell'attimo indimenticabile, Vito Liverani, conosce la verità. E, parole sue, non lo rivelerà mai. Dettaglio non trascurabile della più coinvolgente delle leggende, sportive ed umane.
 
Due uomini, soli, al comando. Anzi, solissimi, visto che, proprio come Bartali e Coppi, Milan e Juve hanno saputo approfittare delle altrui viscerali, ed oramai assodate, debolezze. In primis, quella dell'Inter, che ritorna alla normalità - e chi l'avrebbe mai detto - del suo allenatore, spaesato ed impaurito all'idea di dover inserire, in un impianto tattico consolidato, il suo gioiello più brillante. E che, difatti, non ha resistito alla tentazione di togliere il suo unico trequartista per riassestarsi su un ormai obsoleto ed antico 4-4-2, in cui, peraltro, gli interpreti dei ruoli chiave della manovra offensiva non sono Nedved e Camoranesi, nè Donadoni ed Evani, quanto Alvarez ed Obi. Non ci si lamenti, poi, se non si riesce a penetrare - con tutto il rispetto per loro - Benassi, Miglionico e Tomovic.
Atavica è anche l'inconsistenza mentale (almeno parrebbe tale) del Napoli, che più che in attacco, perde colpi e solidità soprattutto in difesa. Ed anzichè approfittare, in campionato, dello stand-by da Champions, gli azzurri hanno solo saputo confermare il fatto che la rosa, loro malgrado, non è in grado di affrontare due competizioni così impegnative. Certo, di mezzo ci s'è messo il Genoa - anzi, il nuovo Genoa -, non certo la migliore delle avversarie da incontrare, in questo frangente. Lodi, e solo lodi, alla razionale e dispendiosa campagna acquisti di riparazione di Preziosi, che pareggia in toto le sciagurate scelte fatte sotto l'ombrellone. Sculli-Palacio-Gilardino è tridente temibile almeno quanto quello delle grandi del campionato. E la riprova ne è la splendida gemma dell'argentino, colui che fa mordere ancora oggi le mani a Branca, reo d'aver scelto il triste Zarate e non lui. 
 
Le avversarie, si diceva, perdono colpi. Tra esse non c'è l'Udinese, che anche negli inferi dello Juventus Stadium ha saputo mostrare di che pasta è fatta; ma c'è di certo la Roma, nuovamente al palo dopo il K.O. in Coppitalia, e che, a nostro parere, comincia a risentire, e non poco, dell'assenza di Osvaldo. A maggior ragione se la difesa ancora non si dà una regolata, e se il sostituto dell'italo-argentino è un ventunenne ancora non in grado di reggere i galloni della titolarità (Borini), ed una sorpresa in negativo come Bojan. Il parallelo di Zarate, quantomeno in zona flop. 
Recuperano, e questa è la notizia, Lazio e Palermo. Delle doti di Klose, instancabile equipollente di Ibrahimovic in biancoceleste, abbiamo detto e ridetto. Di chi non abbiamo parlato mai, invece, vogliamo tesser le lodi quest'oggi: Miccoli e Lulic. Il primo, vecchia ed infaticabile icona del ruolo di fantasista, nonostante le 33 primavere, continua a tesser calcio e magia. Il secondo, come il migliore degli insospettabili - anche se in quel ruolo Nocerino regna incontrastato - da bozzolo triste dell'altrettanto triste campionato elvetico, ha saputo trasformarsi in farfalla, tante sono le sue folate sugli esterni, ed il suo batter d'ali (e di gambe) quando sia la fase difensiva che quella offensiva lo richiedono. 
 
Ultima, e doverosa, menzione per il più odiato attaccante dell'epoca recente. Sarà per la sua ambigua scelta di passaporto calcistico, o forse per la sua altrettanto ambigua ed inspiegabile ostinatezza nello scegliere la casacca di club. Il cadavere - sportivo, per carità - di Amauri Carvalho de Oliveira è tornato a nuova vita in quel di Firenze. Il sottoscritto, che riteneva, evidentemente a ragione, inconcepibile il fatto che Viola avesse giocato ben due partite senza un attaccante di ruolo, è stato felicemente smentito. Anzi, oggi sentiamo di sbilanciarsi ulteriormente, e paventiamo a voi amici ed addetti ai lavori le potenzialità d'una coppia tecnicamente affidabile e compatibile come quella composta dal brasiliano (o italiano? Boh...) e da Jovetic. La Fiorentina può dirsi soddisfatta. E Delio Rossi, finalmente, comincia a mancinar punti. Non saranno moltissimi anche a fine campionato, ma basteranno per pianificare la prossima stagione con un pizzico di serenità in più. Se poi Della Valle, o chi per lui, decidessero che è nuovamente tornato il tempo di dedicarsi, anima e portafogli, alla loro società, allora potremo nuovamente sperare in una Fiorentina bella e corpulenta
 
Almeno quanto quelle che adorava prendere a morsi il buon Gino Bartali. Magari insieme ad un Chianti altrettanto rotondo e vivace. Fausto, quel vino, per come fu attento all'alimentazione sana e scrupolosa, probabilmente non l'avrebbe mai bevuto. L'arcano della borraccia, o della bottiglia, però, potrebbe non riguardare solo chi la passò a chi. Ma anche il suo contenuto. E chi ci dice che fosse acqua? 
...Se così fosse, quella foto, così intrisa di mistero, e così autorevole, nel dipingere una onorevole rivalità sportiva, diverrebbe una semplice istantanea d'amicizia, e godereccia passione.
A lunedi prossimo.
 
"Per un corridore il momento più esaltante non è quando si taglia il traguardo da vincitori.
E’ quello della decisione, di quando si decide di scattare,
di andare avanti e continuare anche se il traguardo è lontano" 
[Fausto Coppi, 1919-1960]
 
 
"Il bene si fa, ma non si dice.
E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca"
[Gino Bartali, 1917-2000]
 
 
Alfredo De Vuono

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