Nelle ultime settimane, come di consueto, l'Italia è stata esplorata, in lungo e in largo, dall'ennesimo effetto di trascinamento di massa. Quello che coinvolge, più o meno indistintamente, tutti, a prescindere da sesso, età e condizione sociale: le elezioni politiche.
La cadenza, su per giù, è quella delle manifestazioni sportive internazionali. I mondiali di calcio, ad esempio. Ed anche il tenore delle conversazioni è fibrillante allo stesso modo. Non c'è evento che tenga, non c'è impegno che possa sopraffare l'attenzione collettiva, non c'è conversazione che, in qualche misura, non preveda almeno un passaggio sull'argomento.
Certo, la competenza argomentativa, e la consapevolezza delle proprie parole, prima che intenzioni, è eterogenea quanto la convinzione che ognuno, a suo modo, abbia ragione. Anzi, la sua ragione: che in un modo o nell'altro sente fisiologicamente la necessità di render palese, facendone vessillo o predica.
Processo, quello appena descritto, ambivalente. Spendibile tanto nella politica, quanto nel calcio. Che poi, in alcune circostanze, spesso coincidono. Nostro malgrado.
Io tifo Tizio. Io voto Caio.
Io tifo Tizio, me ne frego di quel che dice Sempronio, e difenderò a spada tratta tutti gli abusi perpetrati ai danni della mia squadra: siano essi provenienti da calciatori avversari, arbitri, o sistema sportivo. Dell'Italia calcistica mi frega poco. L'importante è che Tizio vinca il campionato.
Io voto Caio, e tutto ciò che dice Pinco Palla non vale niente, e difenderò a spada tratta tutti gli abusi perpetrati ai danni del mio partito: siano essi provenienti da politici avversari, giornalisti, o sistema giuridico. Dell'Italia mi frega poco. L'importante è che Caio vinca le elezioni.
E' così che si ragiona, in questo Paese. Trattando calcio e politica alla stessa maniera: tanto nel linguaggio, quanto nelle logiche. E politica e calcio, dalla loro, non fanno nulla per uscire dalla spiacevole comunella. Gli ultras, ad esempio, portano l'una nell'altra, politicizzando - e rigorosamente con le estremizzazioni - le curve, mentre le leggi si infiltrano sempre più pericolosamente nello sport, spesso cambiandone i destini per motivi che, con lo sport, c'entrano quanto un esodato nel letto della Fornero.
Poi arrivano le elezioni, ed alcuni equilibri si frantumano: un po' come quelli del campionato.
Prendete la Juve, favorita da sempre, con una rosa ampia e tecnicamente adeguata, ed un mister preparato come Conte. Bene, la Juve a marzo si ritrova a non aver ancora messo la pietra tombale sullo scudetto solo per la sua sporadica sufficienza, e poiché ha sottovalutato alcuni passaggi fondamentali, come i match contro le milanesi, e la partita di venerdi del San Paolo, che avrebbe potuto chiudere ben prima della sassata di Inler, che l'ha costretta a ridimensionare le sue ambizioni nell'immediato, pur lasciandole un vantaggio che dovrà amministrare con sagacia. Praticamente la storia del Partito Democratico.
Segue, per l'appunto, il Napoli. La meno decorata delle partecipanti, meno abituata a interloquire con le alte sfere della classifica, e storicamente più a disagio nei momenti di definizione qual era, appunto, lo scontro scudetto. Con una rosa fatta di pochi, pochissimi - due? - fuoriclasse, infarcita di proletari del pallone, e con il pacchetto di risorse meno variegato della Serie A. Perché le alternative latitano, la panchina è corta, ed a meno che il capopopolo, un certo Cavani, non ci metta la faccia - ed il piede - i risultati non arrivano. Sostituite Cavani con Grillo, metteteci pure che il Napoli, a suo modo, è la più anarchica e rivoluzionaria delle squadre del campionato, ed otterrete un percorso simile a quello del M5S. Secondo, con futuribili ambizioni di primato, ma poca maneggevolezza al vertice.
Ha chiuso la sua rimonta, dopo lunghe settimane di rincorsa, il Milan, adesso terzo, proprio come auspicava il suo patron (guarda caso, patron anche del PdL) e la tifoseria tutta. L'obiettivo minimo, insomma, è adesso alla portata dei rossoneri, soprattutto grazie alle carte magiche dell'ultimo minuto - Balotelli o rimborso IMU che sia -, alla ritrovata voglia dei senatori - Abate e Boateng, che avevate capito? - ed alla sfrontatezza di alcuni piccoli gioielli diventati in un semestre imprecindibili: El Shaarawy e De Sciglio. Il tutto, quando solo a Natale i sondaggi dell'Italia intera, pallonara o elettorale che sia, lo dava in imperturbabile declino. Loro sì che hanno fatto per fermare il declino. E senza lauree inventate di sana pianta.
Morale della favola, c'è ancora estrema indeterminatezza nella composizione tanto del Governo, quanto del podio. Perché la Juve non può più permettersi passi falsi - e se Dzemaili fosse leggermente meno svagato, l'altro sarebbe arrivato venerdi - ma anche il Napoli deve spingere a mille, se vuole sognare di comandare. Il tutto, mentre si guarda alle spalle dal Milan, arrembante ed esplosivo, ed a cui l'eventuale ed agognato passaggio del turno ai danni del Barça può solo regalare ulteriore spinta propulsiva: magari non dal punto di vista delle energie fisiche, quanto psicologicamente parlando. Perché se il miracolo dovesse compiersi anche al Camp Nou, a quel punto servirà preservare il Faraone ed i suoi fratelli per la Champions: ed anche il turn-over diverrebbe necessità. A proposito di Champions, da qui vengono le ultime remore che separano, nella mia analisi, la Juve dallo scudetto: dopo aver passeggiato anche al ritorno contro il Celtic, alla Signora toccherà inevitabilmente qualcuno di molto meno soffice degli scozzesi. Che rischia di sottrarre attenzioni ai match che devono ancora essere giocati a Milano contro l'Inter, a Roma contro la Lazio, ed in casa contro il Milan.
Sotto al podio regna l'ingovernabilità, tanto per perpetuare il fil rouge di questo pezzo post-elettorale. L'Europa League, e magari gli altri due posti per la Champions, se li contenderanno fino all'ultimo Lazio, Inter, Roma, Fiorentina e, fidatevi, Catania. Perché quest'ultima anche oggi ha dimostrato, nel match clou delle 15 con l'Inter, d'esser squadra che, quantomeno nell'11 titolare, può far paura a tutte le altre.
La vittoria all'ultimo sospiro degli Strama Boys - tutti tranne due, ovviamente: Cassano, e la gola profonda che c'ha sussurrato della lite tra gli ex amanti perfetti - è praticamente inspiegabile, se non con il crollo mentale dei rossazzurri. Perché il tridente Alvarez - Rocchi - Schelotto è roba da salvezza, e quel solo propulsore di nome Guarin non è sufficiente, contemponeamente, a far da saracinesca, innesco e finalizzatore. Certo, c'è stata perseveranza della manovra, a legittimare i tre, pesantissimi, punti del Massimino. La stessa che ne ha consegnato altrettanti alla Fiorentina, il cui vero trascinatore, oggi, però, è stato Vincenzino.
Provate voi a levare mister 30 milioni-Jovetic per uno che faceva panchina al Siena, comprato per motivi incomprensibili quanto i voti alla Lega Nord a Petrosino (prov. di Trapani: 4, per la precisione), e che in 69 partite italiane ha messo a segno 9 gol.
Protagonisti di giornata, l'ormai solito Di Natale, l'eterno Totti, il geniale Diamanti, lo stoico Pazzini - provate voi a far panchina a Balotelli, e poi giocare con tal'enfasi - e la stupenda, meglio gioventù della Serie A, che l'ha (per)turbata con la stessa veemenza dei nuovi deputati U-40 in Parlamento: Icardi, Bonaventura e Taider. E mettiamoci anche il giovane Romagnoli, che al debutto, a 18 anni, da titolare regala a sè stesso ed ai tifosi il gol che vale la speranza.
A proposito, la speranza: quella di vedere continuità sulle panchine del campionato. Anche quando le cose vanno male, e soprattutto quando gli esonerati (Bergodi e Malesani gli ultimi della lista) prima, e i subentrati poi, ben poco possono fare rispetto alle pochezze tecniche della rosa. Tanto, si sa, le responsabilità sono sempre altrui. E' più facile, più comodo, e più accettabile all'esterno.
Un po' come non votare, e lavarsene le mani. Fregarsene del calcio, che dovrebbe essere una passione interessante, e che invece diviene ragion di vita, oppure della politica, che dovrebbe essere la nostra vita, ed invece la gente tratta come una semplice passione. Anche perché la commistione, in questo Paese, ormai è collaudata usanza. Tant'è che anche quest'editoriale è riuscito a farsi persuadere dal malcostume di trattare l'uno come l'altra, e viceversa.
Che poi, malcostume...Beh. L'aveva fatto anche qualcun altro, ben più savio e noto del sottoscritto.
Roba da italiani. Come voi, come me. Talmente malgovernati che si rifugiano nel calcio. E meno male. Perché altrimenti ci sarebbe veramente da incazzarsi. Cosa che poi, puntualmente, facciamo: ma per colpa del calcio.
Vabbè, ma questa è un'altra storia.
O no?
Alfredo De Vuono
about.me/alfredodevuono