«Vivevamo nella zona del rione di Sant'Antonio ricordo ancora quei vicoli, quelle strade…Mio papà andò a Tripoli che non aveva neppure un anno, mia mamma è nata lì come me, entrambi hanno ancora amici e conoscenze: può immaginare cosa proviamo in queste ore…».
Oggi il suo sogno è quello di tornare in una Tripoli liberata ed allenare la nazionale del Paese dove è nato e dove ha passato i suoi primi 8 anni di vita. Claudio Gentile, l'Africano, merita questo e altro.
La sua carriera da c.t. si è interrotta bruscamente nell'estate di Calciopoli, al termine di un Europeo U21 deludente, terminata ai quarti di finale da detentori del trofeo. Fu un estate calda quella, c'era voglia di tagliare teste e la sua cadde subito, senza far rumore. Oggi possiamo dire che quella scelta non fu avveduta, anche considerando i risultati del suo successore su quella panchina, Pierluigi Casiraghi. E sopratutto pensando che solo due anni prima grazie a lui celebravamo il bronzo alle Olimpiadi di Atene e l'oro agli Europei giovanili tedeschi.
Ma ancor più che da selezionatore dell' U21, il palmares sportivo di Gentile conta ben 6 scudetti e due Coppe Italia, 1 Coppa Uefa e 1 Coppa delle Coppe con la Juventus e, sopratutto, il trionfo mondiale nell'82. Un trofeo che porta la sua firma per le marcature che limitarono le stelle del torneo: Littbaski, Zico e nientemeno che "el Pibe de Oro", Diego Armando Maradona.
Un infanzia certamente non semplice, quella di Gento, che ha senz'altro forgiato un carattere guerriero: «Ero piccolo, ma ricordo che ogni pomeriggio, dopo la scuola, ci trovavamo in strada, gli italiani da una parte e gli arabi dall’altra. Si cominciava fra cento sorrisi poi, alla minima discussione, giù botte da orbi; sono stato temprato così alla battaglia, lì bisognava colpire il pallone ma, soprattutto, guardarsi alle spalle, per evitare i calcioni che arrivavano».
Ma la fama da duro, che tra l'altro gli è valsa l'ottavo posto nella speciale classifica del The Times dei calciatori più rudi di tutti i tempi, non trova poi riscontro nelle statistiche: Gentile infatti si può vantare di un solo rosso in tutta la carriera, arrivato per doppia ammonizione e, per giunta, per un fallo di mano (in un Juventus - Club Bruges di Coppa Campioni).
Una carriera che lo ha visto partire da Varese alla volta della Torino bianconera nell'estate del '73, ma non trovare posto da titolare, se non, a metà stagione, come mediano.
Fu poi con Trapattoni in panchina che Gentile trovò la consacrazione tattica, per giunta da terzino sinistro: «La mia stagione magica fu quella 1976/77. Trapattoni era convinto delle mie qualità, al punto da farmi giocare a sinistra nonostante io non sia mancino e anzi con quel piede ci sappia fare piuttosto poco. Invece di spaventarmi, feci leva anche quella volta sulla grinta. E tutto andò benissimo, dando ragione a Trapattoni. Vincemmo campionato e Coppa Uefa ed io disputai la mia miglior stagione in bianconero».
Un uomo fuori dal comune, Claudio Gentile, mai scontato e sempre sincero, come quando gli chiedi chi è stato il giocatore più difficile da marcare, e lui senza alcuna remora non ti parla di Zico o Maradona, ma di un perfetto sconosciuto: «Altro che Maradona o Zico: è quel Galuppi (attaccante del Vicenza, ndr) lì che mi fece ammattire ogni volta che lo incontrai. Una vera dannazione, mi sgusciava da tutte le parti ed io non riuscivo a fermarlo neppure ricorrendo alle maniere forti. Mi spiace per lui, ma è stata una fortuna per me che non sia riuscito a sfondare ai massimi livelli del calcio!»
Dario Stipa Carotenuto