Storia di uno scudetto e di moderno capitalismo coloniale

MEMENTO - Gigi Riva e lo scudetto del Cagliari

Gigi Riva in una immagine recente (Getty Images)
Gigi Riva in una immagine recente (Getty Images)

"Con Brera c'era un rapporto di simpatia. Io, Gigi Riva, noto anche come Rombo di Tuono. L'aveva inventata lui quella definizione che mi è rimasta addosso per sempre. Aveva una capacità straordinaria di affibiarti aggettivi, di darti un nome particolare. Era talmente bravo che azzeccava subito l'invenzione giusta: senza lasciare possibilità agli altri di crearne un altro. Anche per questo era il migliore".


Sono le parole con cui Gigi Riva, cui oggi, in occasione delle sue 67 candeline dedichiamo il memento settimanale, descrive il suo più celebre estimatore, Gianni Brera.

Rombo di tuono è una definizione, in effetti, perfetta per Riva: forte fisicamente, imbattibile sul breve, fortissimo di testa e abilissimo in acrobazia ma, sopratutto, dotato di un tiro di eccezionale potenza. 

Nel suo palmares non ci sono molti trionfi, complice la scelta romantica di non lasciare mai la sua Sardegna. Una terra che prima del suo avvento e della vittoria dello storico scudetto del 1970 era nota solo per "gli eroi" della brigata Sassari, per le cause indipendentiste (come quella dell'editore Feltrinelli, che sognava un regime di stampo cubano) e sopratutto, per il fenomeno del banditismo foraggiato dall'anonima sequestri. Una situazione scomoda per gli industriali che volevano sfruttare le enormi potenzialità dell'isola. Del resto, se un forestiero si insedia sul tuo territorio e comincia a sfruttarlo, rischia di diventare parecchio antipatico.

Correva l'anno 1962, il cosìdetto Piano per la Rinascita della Sardegna diviene legge dello Stato italiano: inizia così una storia di moderno capitalismo coloniale.  

E come Cristoforo Colombo arriva a Guanahanì e la colonializza ribattezzandola San Salvador, allo stesso modo, quasi 500 anni dopo, il principe Aga Khan "scopre" i Monti di Mola e decide di chiamare quella zona Costa Smeralda  dando vita all'omonimo Consorzio. E poi ci sono i colossi del petrolchimico che cominciano la costruzione delle raffinerie di Sarroch - la Saras di Angelo Moratti -  e di Porto Torres - la Sir di Nino Rovelli (il cui figlio verrà poi condannato nel 2003, nell'ambito del processo IMI-SIR/Lodo Mondadori, per avere pagato la più grande mazzetta della storia di tangentopoli - 67 miliardi di lire - che venne elargita, a detta sua, per tener fede all'ultima volontà del padre). Quell'anno una modesta squadra di C, in maglia rossoblu', comincia una risalita che la porterà in serie A nel giro di sole tre stagioni.

Calcio-denaro-politica
, una trinità poco santa e decisamente inscindibile nel nostro paese.

Il turismo ha bisogno di pubblicità e infrastrutture (l'Aga Khan fonda l'Alisarda - poi Meridiana - garantendo il collegamento aereo da e per Olbia), la politica ha bisogno di proteggere la finanza (che la foraggia) e quindi di distrarre l'attenzione dalla colonizzazione agli occhi degli indigeni che l'hanno, perfino e inconsapevolmente, finanziata: è il Credito Industriale Sardo a fornire la liquidità necessaria per quegli investimenti. Saras e Sir acquistano, con quei soldi, l'informazione regionale (l'Unione Sarda e la Nuova Sardegna) e il Cagliari. A sugellare l'integrazione serve una grande vittoria, che arriva, puntuale, nel 1970.
"Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia. Fu l'evento che sancì l'inserimento definitivo della Sardegna nella storia del costume italiano. Questa regione rappresentava fino agli anni Sessanta un'altra galassia. Per venirci, bisognava prendere l'aereo e gli italiani avevano una paura atavica di questo mezzo di trasporto. La Sardegna aveva bisogno di una grande affermazione e l'ha avuta con il calcio, battendo gli squadroni di Milano e Torino, tradizionalmente le capitali del football italiano. Lo scudetto ha permesso alla Sardegna di liberarsi da antichi complessi di inferiorità ed è stata un'impresa positiva, un evento gioioso". Parole puntuali, ancora una volta di Gianni Brera e, attraverso le sue, torniamo al calcio.

 

Erano anni, quelli, in cui a farla da padrone era la Milano capitale finanziaria e morale del Belpaese. Lo scudetto tricolore non era ancora mai sceso al di sotto di Firenze (se non in una parentesi "fascista", stagione 41-42, scudetto alla Roma). Ma verso la fine degli anni '60 il Cagliari comincia ad assumere il ruolo di nuova grande. In quella squadra militavano talenti oggi semidimenticati come Nenè, Cera, Greatti, Rizzo e Martiradonna e altri che sono memoria collettiva: Albertosi, Boninsegna, Domenghini e Gigi Riva.


"A Gigi Riva il piede destro serve solo a salire sul tram." (Scopigno)

Ad allenare quella squadra c'era Manlio Scopigno, detto il filosofo. Un gioco d'attacco il suo, che mirava ad esaltare il talento di Riva e del Bonimba. Se il 1970 fu l'anno giusto lo si deve anche a due sue intuizioni: quella di portare il brasiliano Nenè sulla mediana (era stato acquistato dalla Juve dove aveva fallito da attaccante) e di schierare libero Cera.

S'era infatti infortunato un difensore fondamentale nell'idea di Cagliari che aveva Scopigno, Tomasini. Era la prima di ritorno, si tornava da Genova con un 4-0 sulla Samp. All'epoca non c'era mercato di riparazione e il filosofo dovette arrangiarsi con quel che aveva. Cera libero si rivelò scelta azzecatissima fin dalla partita successiva, contro il LaneRossi Vicenza, che il Cagliari vince con una doppietta da antologia di Rombo di Tuono. Il secondo dei quali è diventato memento del calcio mondiale e marchio indelebile della memoria collettiva e delle figurine Panini (che in realtà erano in circolazione già dal 1950, e il fatto che quella rovesciata fosse di Parola era stato ormai dimenticato nei Bar Sport di provincia). Un gol in rovesciata che venne così descritto dal solito Brera: - "Era partito Gori sulla sinistra e Carantini lo spingeva e scalciava: Gori ha crossato dal fondo (la palla pareva fuori) : sulla destra era appostato Domenghini , che da una dozzina di metri ha incornato verso la porta : la palla era avviata ad uscire a circa due metri d'altezza : su questa palla, in posizione centrale, si è alzato scagliando a rovescio il sinistro Gigirriva da Leggiuno : in salto mortale all'indietro, il detto Gigirriva ha colpito di esterno sinistro deviando ciclonicamente la palla nell'angolo alto alla sinistra di Pianta, ovviamente impietrito."

 

Ma la partita che decise quel campionato fu certamente quella con la Juventus a Torino. La situazione della classifica vedeva infatti gli isolani primi, con due punti di vantaggio sui bianconeri a sette giornate dalla fine. Fu quella probabilmente la partita più bella e sportivamente drammatica nella storia dei rossoblu'. Ad arbitrare il match fu designato Lo Bello.
Piove che Dio la manda e succede di tutto. La Juventus passa in vantaggio con un autogol di Niccolai, pareggia allo scadere Riva con un gol memorabile per il quale rispolveriamo ancora l'archivio Brera: -"L'angolo è stato battuto da Greatti e la palla è spiovuta su una mischia furiosa. Nonostante il bailamme, Riva è prodigiosamente riuscito ad alzare di sinistro un pallonetto che solo il diavolo avrebbe potuto ideare, non dico realizzare: su quel pallonetto si è gettato il mio furentissimo Re Brenno incornando fra palo e Anzolin, che stolidamente non era uscito", 1-1 al riposo. La ripresa non sembra dover regalare emozioni, la Juve pare rassegnata e al Cagliari non interessa risvegliare l'ardore agonistico dei bianconeri. E allora ci pensa Lo Bello a scatenare l'inferno. Al 66’ si inventa letteralmente un rigore per la Juventus. Albertosi devia in corner il tiro di Haller, ma Lo Bello non ci sta e lo fa ripetere rischiando seriamente l’incolumità fisica e facendo scoppiare in un pianto nervoso il portierone della nazionale. Stavolta tira Anastasi che segna. Poi, quasi allo scadere, Lo Bello si ripete nell'area bianconera. Punizione di Domenghini e Riva va giù: di nuovo rigore, pure questo a dir poco generoso. Riva si presenta sul dischetto nervoso, colpisce pallone e un po' di terreno, ma Anzolin riesce solo a sfiorare. Finisce 2-2 a Torino e il Cagliari torna in Sardegna con lo scudetto in tasca.


Quando si dice che Gigi Riva era quel Cagliari, non si rende pieno onore al vero. Ma è vero che gli aggettivi e le iperboli per Rombo di Tuono si sono sprecati e che, in ogni caso, non sono riusciti a rendergli onore come il campo. Sul rettangolo verde stopper e portieri avevano letteralmente paura quando Riva caricava il suo terribile sinistro.

I compagni giocano per lui e non osano fiatare durante le sue dure polemiche nell'intervallo. Il suo carisma è tale che assecondarlo è inevitabile. Così, quando non gli va di svegliarsi presto, Scopigno sposta gli allenamenti al pomeriggio. Ma non è affatto uno scansafatiche: Riva è il primo ad arrivare e tira fino a tardi, letteralmente, calciando anche a piedi scalzi.

Tatticamente intelligente, fulmineo nei movimenti, eccezionale in acrobazia, di testa e in rovesciata.

 

Con la nazionale vince gli Europei del '68 e partecipa al mondiale in Messico proprio al termine della stagione dello scudetto. Viene presentato come la star del torneo al pari di Pelè: un rotocalco messicano esce infatti con la copertina in cui sono raffigurati affiancati il piede destro di Pelè ed il sinistro di Riva, reso celebre in tutto il mondo dal gol in rovesciata al Vicenza.

Alla spedizione per quel mondiale, quello della partita del secolo con la Germania per intenderci, partecipano ben sei cagliaritani e se Niccolai e Gori fanno da comprimari, Albertosi, Cera, Domenghini e Riva sono titolari inamovibili per Valcareggi (che schiera a staffetta Rivera e Mazzola). Purtroppo sul cammino di quella formidabile nazionale azzurra i frappose in finale quella verdeoro di Rivelino e, sopratutto, Pele'.

Nella stagione successiva il Cagliari inizia alla grande sia in campionato che in Coppa Campioni, ma un grave infortunio al Prater di Vienna, con la nazionale, chiude anzitempo la stagione di Riva e i rossoblu' pagano perdendo quota in campionato e finendo eliminati dall'Atletico Madrid in coppa.

 

Verranno in seguito altri campionati dignitosi, ma le gambe di Riva sono sempre più indebolite al punto che, il 14 marzo del '76, a soli 32 anni, Rombo di Tuono gioca la sua ultima partita ufficiale. 

 

Dario Stipa Carotenuto

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