Zdenek Zeman (Getty Images)
L'arrivo di Zdenek Zeman sulla panchina del Pescara ha riportato notorietà e simpatia a questa squadra abruzzese che negli anni '80 ebbe una ruolo costante nella nostra serie A.
L'arrivo nella massima serie dei biancoazzurri arrivò al termine di una stagione davvero straordinaria, era il campionato cadetto 1976/77, terminata agli spareggi. Una promozione che fu un vero e proprio evento sportivo per una intera regione: l'Abruzzo aveva per la prima volta una squadra in serie A e diede vita ad una simpatia sportiva paragonabile a quella maturata dal Chievo Verona di questi ultimi anni.
«Anni fa sono stato sconfitto da un tale di nome Cadè, potete dirmi che squadra allena ora?»
Al mago Herrera perdere non è mai piaciuto. Quel nome rimase impresso nella sua mente come poi accadde ai tifosi di quella squadra. Giancarlo Cadè, classe 1930, centrocampista con buon senso di posizione e tocco di palla, cresce e gioca a lungo nell'Atalanta (lui che, di Zanica, nel bergamasco è nato e cresciuto). Passato dal campo alla panchina, è proprio da quella bergamasca che muove, nel '76, alla volta di quella abruzzese. E con il Pescara è subito promozione.
Una promozione che arrivò nonostante una concorrenza agguerrita: il Vicenza di Paolo Rossi (che quel campionato finì per vincerlo), il Brescia di Altobelli, il Cagliari di Pietro Paolo Virdis... mentre all'Adriatico a brillare non vi erano solisti e l'inizio non fu dei più promettenti:
"Non eravamo partiti benissimo. Dopo la sconfitta di Avellino per 3-0 alla quinta giornata, facemmo quadrato negli spogliatoi per concentrarci sulla salvezza. Invece, proprio da quella partita partì la nostra grande rimonta" - ricorda Cadè.
Ci erano infatti voluti quasi 300 minuti di campionato per vedere il primo gol di quella stagione, in una partita, contro l'Ascoli, decisa dalla coppia Zucchini-Nobili, destinata, di lì a poco, a entrare nella mitologia della tifoseria biancazzurra.
Come, e più di loro, mitico è rimasto il presidente di quella squadra. Armando Caldora, salito, suo malgrado, all'onore delle cronache, per un sequestro di cui fu vittima il 31 marzo 1982. A colpire era stata la celebre "Banda dei Giostrai". La prigionia del immobiliarista durò un solo mese ma segnò duramente la sua vita. Caldora purtroppo non resse il peso di quello stress psicologico, e ne morì di infarto, dopo pochi anni. Una città intera si fermò per i suoi funerali come già prima aveva fatto per quelli del secondo portiere della squadra di Cadè, il promettente Mario Giacomi. Terribile la sua fine, a soli 18 anni: tornato a casa per andare al capezzale del fratello, resta a Verona con l'altro suo fratello, a consolare il dolore dei genitori. I due saranno a loro volta vittime di una notte di gelido inverno e delle esalazioni di una stufetta a gas.
L'episodio stringerà il cuore di una intera nazione che finisce per prendere a cuore le sorti sportive della squadra abruzzese. Tutti simpatizzavano per la squadra del delfino, tranne forse a Cagliari. Perché proprio i sardi furono la vittima sportiva dello spareggio a tre, a causa del pareggio nell'esordio con la squadra di Cadè e della successiva sconfitta con l'Atalanta. Risultati che portarono ad un ultimo e decisivo confronto dal pareggio scontato. Sul campo neutro del Dall'Ara di Bologna, il 3 luglio 1977, si riversano in 30.000 supporter biancoazzurri. Un vero e proprio esodo.
La gara, diretta dall'arbitro Gonella (poi arbitro della finale mondiale del 1978), finì inevitabilmente 0-0.
«Ancora oggi ricordo con affetto quei momenti», ricorda nella sua ultima intervista Cadè.
«Ho vinto 6 campionati: Mantova, Verona, Ancona, Bologna e Reggiana, ma la promozione del Pescara ha certamente un sapore diverso rispetto a tutte le altre».
Dario Stipa Carotenuto