24 ottobre 1940
A Portonovo di Medicina nasce Giacomo Bulgarelli. A lui dedichiamo questa edizione del nostro Memento.
"Onorevole Giacomino, saluti!". Così la curva omaggiava l'ingresso in campo del suo capitano, quella curva che oggi porta il suo nome.
Fu proprio sotto quell'ansa dello stadio Dall'Ara che Bulgarelli segnò forse la sua rete più bella. Stagione '63-'64, quarta giornata. Il capitano, palla al piede, parte da centrocampo, salta l'intera difesa della Fiorentina e batte Albertosi in uscita. Quell'anno i rossoblu' conquistarono il loro settimo tricolore allo spareggio con l'Inter. Una vittoria netta, due a zero, contro una squadra campione d'Italia in carica e fresca della vittoria della Coppa Campioni. Una vittoria datata 7 giugno 1964 e che arrivava al termine di una stagione diversa dalle altre.
Alla guida della squadra emiliana c'era il Dottore, Fulvio Bernardini. Soprannome che gli derivava dall'intelligenza e dalla capacità dialettica fuori dal comune per il calcio di quei tempi. Pensava calcio in modo diverso, il Dottore, negli anni del catenaccio di Rocco e del taca-la-bala del mago Herrera, imperniate entrambe su una difesa impenetrabile e sui micidiali contropiedi. Quello di Bernardini era invece un calcio orchestrale, esteta al punto che anche uno normalmente misurato come lui, era arrivato a definire paradisiaco. "Così si gioca solo in Paradiso", commentò infatti dopo un 7-1 rifilato dai suoi al Modena nella stagione precedente. Una frase che diventò la griffe a tinte rossoblu' di quel Bologna che, forse in virtù dei buoni ricordi lasciati dal suo allenatore a Firenze e Roma, arrivò a rappresentare simbolicamente il resto d'Italia che si anteponeva allo strapotere milanese.
Ma torniamo alla stagione dello scudetto. Battuto il Milan a San Siro, con l'Inter distratta dalla Coppa Campioni, la squadra di Bernardini sembra oramai destinata al tricolore; ma la macchina mediatica milanese non ci sta e comincia una autentica battaglia ventilando l'utilizzo di anabolizzanti in casa emiliana. Dopo molti "pare che" in effetti arriva la conferma: 5 giocatori del Bologna risultano positivi alle amfetamine ad un controllo antidoping dopo un vittorioso 4-1 sul Torino. La Giustizia sportiva interviene dando partita persa e infliggendo alla squadra di Bulgarelli un ulteriore penalizzazione di un punto. Il tecnico Bernardini viene squalificato per 18 mesi e il medico sociale inibito. Chi la fa franca sono invece calciatori, il che suscita ulteriori polemiche sulla stampa, che diventano roventi quando, nonostante la squalifica, Bernardini viene colto in tribuna a dare indicazioni alla panchina con l'aiuto di un "walkie-talkie". Fu un evento per quei tempi: il calcio perdeva la sua verginità tecnologica e quelle radioline ricetrasmittenti invasero rotocalchi, settimanali e quotidiani politici.
Ci fu chi arrivò a promuovere una "moralizzazione" e chi addirittura prevedeva una "Pasqua di sangue" per quel Bologna-Inter che doveva disputarsi proprio in occasione della festività religiosa... poi però l'Inter vinse nella consueta espressione di civiltà dei tifosi del Dall'ara.
Sembrava finita, ma quella stagione non aveva finito di regalare sorprese: alcuni esponenti della intellighenzia bolognese sporsero denuncia contro ignoti presso la magistratura ordinaria, per la presunta manomissione dei controlli antidoping. Vennero svolte le controanalisi e le provette si dimostrarono, si, contaminate da amfetamine, ma non metabolizzate: erano state manomesse. Tra l'altro in quantità tale da uccidere un elefante.
Italia di nuovo divisa. La polemica divenne quotidiana e rimbalzava a colpi di titoli a cinque colonne tra Roma e Milano, tra le redazioni di Stadio e Gazzetta dello Sport. Quando ormai la corsa allo scudetto sembra vinta dai nerazzurri, il Bologna viene definitivamente prosciolto dalle accuse di doping e le vengono restituiti i punti di penalizzazione guadagnando, quindi, il primato a pari punti con l'Inter. Milano insorge, il resto d'Italia esulta.
Si riunisce la Lega. Angelo Moratti chiede che lo spareggio si giochi a debita distanza dalla finale di Coppa Campioni che poi i nerazzurri vinceranno battendo, la prima volta per un'italiana, il mitico Real Madrid al Prater di Vienna. La Federazione propone addirittura la doppia assegnazione pur di chiudere subito una faccenda decisamente scomoda, ma il presidente rossoblu, Dall'Ara, non ci sta e, alla fine, dopo una sequela infinita di riunioni, si decide per la data del 7 giugno, gara unica, allo Stadio Olimpico di Roma.
Il povero Renato Dall'Ara non la vedrà. Perirà tre giorni prima di crepacuore, proprio tra le braccia di Angelo Moratti, durante l'ultima riunione di Lega, quella formale. Pare che a stroncarlo, lui notoriamente avaro, fu la rivelazione dell'industriale milanese circa i premi in denaro che aveva promesso ai suoi in caso di vittoria dello scudetto. Un premio che non arrivò mai nelle tasche di Mazzola e compagni, appagati e stremati da una stagione estenuante. Il caldo estivo di Roma fece il resto.
Giacomo Bulgarelli di quel Bologna era il capitano. Rispettato da tutti in campo e fuori per il suo carattere mite e ragionevole, aveva esordito a soli 19 anni, giocando tornante, ma la sua non eccezionale velocità lo portò col tempo a trovare spazio nella zona nevralgica del campo. Aveva buoni piedi Giacomino, furono 10 le stagioni con la fascia di capitano per lui che in 392 presenze in serie A, tutte con la maglia della città che gli aveva dato i natali, collezionò anche 43 gol, di cui 8 nell'anno dello scudetto.
Una carriera iniziata sui campetti dell'oratorio di Portonovo e quasi stroncata da quel soffio al cuore che, complice le diagnosi al buio, "colpiva" la quasi totalità dei bambini italiani. Per fortuna Giacomo se ne infischiò del dottore, come delle pretese paterne di carriera nella magistratura.
In realtà fu proprio il padre che, involontariamente, lo portò al calcio. La famiglia Bulgarelli a quei tempi abitava in via Montanari, proprio di fronte alla finestra di Stefano Mike, guida del settore giovanile del Bologna. Di li a poco Mike si accorge di quel ragazzino che, pur mingherlino, "semina tutti se solo ne ha voglia" e, nella primavera del '53, arriva il provino. Gioca a testa alta e "nessuno alla sua età gioca senza guardare il pallone. Prendiamolo". E così fu, anche se non aveva l’età e per un anno i suoi allenamenti furono clandestini. Il tesseramento arriva puntuale l'anno dopo e, da quel momento, Giacomo Bulgarelli colleziona, in un ventennio, ben 486 presenze fra campionato e coppe, un record tuttora imbattuto, e un palmares ricco di una Mitropa Cup (1961), due coppe Italia ('70 e '74) e lo scudetto del '64.
La carriera in nazionale non è fortunatissima. Lo si ricorda infatti per essere il capitano della disfatta con la Corea del Nord. Di quella partita Bulgarelli fu protagonista perché costretto ad uscire anzitempo dal campo lasciando i suoi in inferiorità numerica: le regole infatti non prevedevano la sostituzione. Ma nella sua carriera in azzurro c'è anche un trionfo, quello dell'edizione casalinga, del '68, dei Campionati Europei.
Bulgarelli lascerà il calcio giocato nel 1975, a 35 anni, per diventare una voce nota agli appassionati per il commento alle partite reali e virtuali.
Un cancro se lo porta via il 12 febbraio 2009. Fuori dalla chiesa c'era tutta Bologna che quel giorno aveva dedicato al lutto cittadino. Fuori dalla chiesa uno striscione "Capitano, ora giochi in Paradiso".
Dario Stipa Carotenuto