Falcao in una immagine recente (Getty Images)
Abelardo Luz. 16 ottobre 1953.
In questa piccola cittadina distante circa 1.000 chilometri da Rio de Janeiro nasce un piccolo principe biondo, destinato a varcare l'oceano, conquistare la città eterna ed esserne incoronato come l'ottavo re: il suo nome è Paulo Roberto Falcao.
"Dategli un piatto di pasta asciutta che questo non si regge in piedi". In questa frase di Luciano Spinosi, c'è tutto lo scetticismo con cui l'ambiente giallorosso aveva accolto l'acquisto di questo brasiliano sui generis, l'unico a quel tempo che, al termine degli allenamenti, faceva stretching, tra lo stupore dei compagni.
Correva l'anno 1980, le frontiere calcistiche erano state riaperte e consentivano l'acquisto di un unico straniero. Le colonne dei giornali capitolini accendevano gli animi caldeggiando l'acquisto del funambolico Zico, invece i tifosi romanisti si ritrovarono ad accogliere questo brasiliano dall'aria un po' snob, geniale certo, ma nel pragmatismo a servizio del collettivo.
Fu un cronista del CorSport, Ezio De Cesari a segnalarlo al presidente Dino Viola che, per la cifra di un milione e mezzo di dollari, lo preleva dall’Internacional di Porto Alegre.
Li, questo ventisettenne dai tratti aristocratici, aveva vinto tre campionati brasiliani (1975, 1976 e 1979) e aveva sfiorato la Copa Libertadores. Si era aggiudicato anche importanti riconoscimenti individuali come la Bola de Prata come miglior centrocampista nel 1976 e per due anni consecutivi (1978 e 1979) la Bola de Ouro come miglior giocatore brasiliano. Eppure, fuori dai confini brasiliani, Falcao era pressocché sconosciuto anche a causa della clamorosa esclusione dall'elenco dei convocati del c.t. Coutinho per il mondiale argentino del '78. Il selezionatore carioca non accettò di buon grado una intervista nella quale Falcao aveva dichiarato che non avrebbe fatto da riserva a nessuno.
L'amarezza per quella esclusione fu enorme e probabilmente fu alla base della scelta di accettare un esilio volontario, quanto ben prezzolato, a Roma.
Gli esordi in campo non furono dei più facili, e allora, prima di una partita di campionato, si narra che il presidente Viola scese negli spogliatoi chiedendogli un favore personale: "I tifosi da un brasiliano si aspettano un numero a sensazione, una giocata che qui non vedono. Mi accontenti, per una volta". Così Falcao, verso la fine del match, sollevò il braccio in direzione della tribuna, prese il pallone, lo alzò di tacco facendolo passare sulla testa di un avversario e calciò al volo di sinistro sfiorando il palo. "Per questa volta l'ho accontentata, ma non me lo chieda più. Sono numeri da foca ammaestrata".
Quella stagione terminò con la conquista della coppa Italia e con il secondo posto in campionato dietro la Juve a causa del famoso gol annullato a Turone.
La seconda stagione fu quella della consacrazione: Falcao giocò 24 partite e segno 6 gol e per tutti divenne "il divino".
Si conquistò così un ruolo centrale nella nazionale più forte di tutti i tempi, quella di Telé Santana che nel '82 che andò a imbattersi contro Pablito Rossi.
Falcao, che in quella partita aveva segnato la rete del momentaneo pareggio che avrebbe dato la qualificazione ai verdeoro, non digerì quell'eliminazione. Tornò a Roma con quasi un mese di ritardo. Ma fu proprio l'orgoglio a portarlo a disputare una stagione magica che portò a Roma lo scudetto dopo 41 anni e lo consacrò ottavo re di Roma.
Era perno centrale di una squadra di cui facevano parte lo zar Vierchowod, Ancelotti e Di Bartolomei in mediana, Prohaska a far da cursore, Bruno Conti all'ala destra e il bomber Pruzzo a fungere da centravanti. Un meccanismo perfetto quello ideato dal barone, Niels Liedholm, che portò l'anno successivo la Roma a sfiorare il successo europeo. Quell'anno (stagione 83/84) Falcao giocò un'ottima stagione (27 gare e 5 gol). La Roma vinse la Coppa Italia e arrivò in finale di Coppa dei Campioni.
Una finale che si giocava nello stadio di casa e che vedeva i giallorossi opposti al Liverpool. I tempi regolamentari si chiusero in pareggio. Fu al momento di battere il suo rigore che Falcao perse lo scettro regale: il brasiliano, terminato l'effetto antidolorifico dell'infiltrazione che aveva fatto al ginocchio, si tira indietro e Graziani, ipnotizzato da Grobbelaar, spedisce il pallone in curva il rigore decisivo tra la delusione immensa dei suoi tifosi.
Gioca la sua ultima partita in giallorosso il 16 dicembre 1984 contro il Napoli, segnando peraltro la rete decisiva. Poi un grave infortunio e il conflitto con il presidente Viola, poco propenso a rinnovargli il contratto più esoso della serie A (il brasiliano era l'unico in Italia ad avere un compenso da 100 milioni di lire al mese).
Sconfitto in tribunale torna in Brasile e chiude la carriera agonistica con il San Paolo vincendo il campionato Paulista.
Ma il dolore al ginocchio diventa insopportabile e la sua convocazione ai mondiali dell'86 è un meritatissimo premio alla carriera.
Dario Stipa Carotenuto