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Il mito del player-coach, l'allenatore in campo

La leggenda di un ruolo (quasi) scomparso


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All’inizio di maggio del 1986 il Liverpool si avviava a vivere il primo anniversario della tragica serata all’Heysel. Quel maledetto mercoledì sera doveva essere una festa di sport come ogni finale di Coppa dei Campioni: la sfida fra i Reds e la Juventus, invece, si giocò in un clima surreale. Vinsero i bianconeri, ma poco importa: dall’Heysel non tornarono a casa ben 39 persone, quasi tutti italiani. Dopo quella serata salì alla ribalta il problema degli hooligans e mise il Liverpool in una posizione terribile. Le coppe europee furono chiuse alle squadre inglesi per ben cinque anni.

 

Poche ore prima della strage Joe Fagan, tecnico degli inglesi, annunciò il proprio ritiro dopo due stagioni nel Merseyside impreziosite dal treble vinto l’anno prima. A succedergli sarebbe stato Kenny Dalglish, trentaquattrenne capitano dei Reds: avrebbe rivestito il ruolo di allenatore-giocatore. Dopo l’Heysel, Dalglish prese per mano squadra e città, portandoli avanti in una stagione di trionfi. Non giocò molto, ma quando entrava in campo dava tutto sé stesso, dividendosi fra i propri compiti di attaccante e le indicazioni ai compagni. Proprio all’inizio di maggio del 1986, ad un anno dalla tragedia, il Liverpool si ritrovò ospite del Chelsea, a Stamford Bridge: mancava poco per assicurarsi la First Division (che non era ancora Premier League), e la vittoria arrivò proprio quel giorno. La partita fu decisa, manco a dirlo, da Kenny Dalglish. Dal player-coach.

 

 

Il regno di Dalglish alla guida del primo club del Merseyside durò fino al 1991: vinse tre campionati, due FA Cups e quattro Charity Shields. E, purtroppo, si trovò a fronteggiare anche un’altra tragedia: all’Hillsborough, in una semifinale di FA Cup del 1989 contro il Nottingham Forest, la terribile gestione dell’evento da parte della polizia locale portò alla morte di quasi 100 persone. Il player-coach, ancora una volta, fu in prima linea: presenziò a quasi tutti i funerali delle vittime e si battè per una verità che venne chiarita solo tanti anni dopo.
Kenny Dalglish si ritirò dal calcio giocato la stagione precedente la fine della sua esperienza al Liverpool, nel 1990: nel suo ultimo anno fu puro manager.

 

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Kenny Dalglish sulla panchina del Liverpool (getty images)



L’animale mitologico metà giocatore e metà allenatore nacque agli albori del calcio: nel 1915 Virginio Fossati si divideva fra il ruolo di centromediano e quello di mister dell’Inter (esperienza interrotta alla chiamata alle armi: Fossati morì al fronte nel 1918). Non molti gli esempi da ricordare in Italia: anche Meazza allenò e giocò nell’Inter, salvando la Beneamata dalla retrocessione nel 1946/47; Armando Picchi, alla fine del campionato 1968/1969, cercò senza successo di salvare il Varese in campo e in panchina; Osvaldo Bagnoli, fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, giocava ed allenava il Verbania affianco a Franco Pedroni. In realtà, più che veri incarichi da player-coach, queste situazioni erano più riconducibili all’odierna figura del traghettatore, un uomo vicino alla società chiamato per concludere una stagione e limitare i danni. I veri allenatori-giocatori non ci sono mai stati, in Italia. Per vederli, bisognava andare all’estero. Soprattutto, oltremanica.

 

Non c’era solo Dalglish: negli anni ’80 erano molti, gli allenatori-giocatori. E se questo poteva succedere era tanto per la diversa mole di lavoro che aveva un allenatore all’epoca quanto per una legislazione accondiscendente – solo verso la fine degli anni ’90 fu obbligatorio avere almeno la Licenza UEFA B. Così, nello stesso periodo dello storico player-coach del Liverpool, Greame Souness assunse lo stesso ruolo nei Glasgow Rangers: aveva 33 anni, vinse tre campionati scozzesi, ma le partite giocate (stesso caso di Dalglish) diminuivano ogni anno con l’aumentare dell’esperienza da profondere dalla panchina.

 

Nel campo dei player-coaches, una situazione sui generis fu vissuta dal Chelsea di Ken Bates, negli anni ’90: furono ben tre consecutivi gli allenatori-giocatori che si successero sulla panchina dei Blues. Il primo, quello che portò il Chelsea ai vertici del calcio europeo, fu Glenn Hoddle, già mister in campo e fuori allo Swindon Town. Hoddle rimase a Londra dal 1993 al 1996: pochi risultati in campionato ma ottimi piazzamenti nelle coppe, culminati nella finale di FA Cup del 1994 (e persa 4-0 contro il Manchester) e nella semifinale di Coppa delle Coppe raggiunta l’anno successivo. Il club cominciò a crescere e a guadagnare consensi in giro per il mondo, proprio mentre la Premier diventava appetita da grandi campioni: nel 1995 arrivarono, fra gli altri, Mark Hughes, Dan Petrescu e soprattutto Ruud Gullit.

 

Proprio all’olandese fu chiesto di continuare la tradizione del player-coach dopo la partenza di Hoddle (chiamato, nel 1996, ad allenare l’Inghilterra). L’ex Milan rimase per un anno e mezzo: nel 1997 vinse la FA Cup, nel 1998 fu esonerato, in polemica con la società , lasciando il Chelsea al secondo posto in classifica e ai quarti di League Cup e Coppa delle Coppe. A succedergli, ancora, uno che doveva dividersi fra campo e bordocampo: Gianluca Vialli.

 


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Gullit festeggia la vittoria dell'FA Cup. In basso, fuori fuoco, il suo successore (getty images)
 


L'italiano riuscì a chiudere quella stagione con ottimi risultati: quarto posto in campionato, vittoria in League Cup, vittoria in Coppa delle Coppe (a 33 anni e 308 giorni, Vialli è stato il più giovane vincitore di una competizione UEFA fino al 2011, quando Villas Boas vinse l’Europa League a 33 anni e 213 giorni). L’anno successivo il Chelsea vinse la Supercoppa Europa e, con il terzo posto in Premier League, guadagnò l’accesso alla Champions. Fu l’ultimo anno in campo di Vialli, che lascio il calcio giocato alla sua maniera, contro il Derby County.

 

 

Da quel momento in poi, soprattutto per l’evoluzione del calcio, quella dell’allenatore-giocatore è una figura che è andata sempre più sparendo. Gli ultimi esemplari si contano sulle dita di una mano: attualmente ci sono Garry Monk, bandiera dello Swansea ed allenatore dall’esonero di Michael Laudrup, e Gianluca Zambrotta al Chiasso (per entrambi, però, poche presenze in campo). Negli scorsi anni hanno avuto l’incarico Rino Gattuso al Sion, per pochi mesi, ed Edgar Davids al Barnet (nella Championship inglese) per un anno. Anche se alcuni club importanti hanno pensato alla strada suggestiva dell'uomo dentro e fuori dal campo: nella prima estate senza Ferguson, lo United pensò a Ryan Giggs player-coach, ma poi si decise di puntare su Moyes (e, visti i risultati, chissà se il gallese non fosse stato meglio).

 

Il calcio è cambiato, dicevamo: troppi gli impegni dei manager per essere uniti all’attività agonistica di un giocatore. Eppure, c’è chi la pensa diversamente. Come Andy Preece, che è stato allenatore giocatore del Bury, nelle serie minori inglesi, tra il 1999 ed il 2003. Preece pensava d’avere un grande vantaggio sugli altri manager, “perché, al contrario di loro, io ero là fuori, sul campo”. Dove il gioco si vive, dove la partita si sente. Dove, forse, non c’è più posto per un coach.

 

Antonio Cristiano

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