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SPECIALE Bergamini: cosa accadde il 18/11/1989?

Il racconto di quella maledetta notte d'autunno, nella quale Denis perse la vita


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18 novembre 1989. È la data di un mistero, è la data in cui il centrocampista del Cosenza Donato “Denis” Bergamini perde la vita in circostanze a dir poco misteriose. 

Andiamo con ordine: Bergamini è un calciatore in rampa di lancio. La sua squadra, il Cosenza, è una delle sorprese più piacevoli della serie B ed ha sfiorato la promozione nella massima serie nella stagione precedente. 

 

Il cinema e quella strana “fuga” – Il 19 novembre è in programma Cosenza-Messina allo stadio “San Vito”. Il pomeriggio prima della partita, come sempre, la squadra rossoblu si riunisce al cinema “Garden” per assistere ad un film prima di andare in ritiro. 

È proprio il cinema l’ultimo posto dove amici e compagni di squadra vedranno Donato vivo. Bergamini chiede al massaggiatore Beppe Maltese dove siano i bagni. Sergio Galeazzi, anche lui calciatore del Cosenza, vede due figure che aspettano Donato appena fuori dalla sala della proiezione. Poi, da quel momento, tutto resta avvolto nella nebbia più fitta. 

 

Il “suicidio” – Secondo la ricostruzione dell’epoca, Bergamini si sarebbe recato con Isabella Internò, ventenne studentessa di Rende (Cs) e sua ex fidanzata, sulla Statale 106, in direzione Taranto. A bordo della sua Maserati, le avrebbe chiesto di partire con lui per l’estero, dichiarandosi stufo di tutto. Il rifiuto della ragazza avrebbe spinto Donato ad accostare in una piazzola a Roseto Capo Spulico e “gettarsi a pesce” sotto le ruote di un camion di mandarini, guidato da Raffale Pisano. Isabella, intanto, raggiunge un bar a Roseto Marina, da dove chiama l’allenatore del Cosenza, Gigi Simoni, sua madre, e il capitano, Ciccio Marino. Perché non chiamare subito soccorsi e forze dell’ordine? Bisogna poi anche chiarire come la ragazza arrivò in quel bar. Il proprietario del locale, infatti, affermò che la Internò fu accompagnata da un uomo, mai identificato, che poi scappò perché "aveva la moglie incinta". Il maresciallo Barbuscio, invece, scrisse che la ragazza era arrivata lì a  bordo della Maserati di Donato. Due testimonianze diverse: una esclude l'altra. Quale delle due è vera?

 

Testimonianze e (non) condanne – Il corpo di Bergamini, secondo quanto dichiarato dallo stesso autotrasportatore, sarebbe stato trascinato per circa sessanta metri, dopo un terribile impatto, nel quale il bacino sarebbe rimasto schiacciato. 

Il 19 settembre del 1990, Raffaele Pisano viene incriminato e rinviato a giudizio per omicidio colposo. Nel luglio 1991, però, fu assolto per non aver commesso il fatto. Undici mesi dopo l’assoluzione fu confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro. 

Vennero riconosciute attendibili le testimonianze del camionista e della stessa Internò, che “non avrebbe avuto alcun motivo per mentire”. Insomma, secondo i giudici Bergamini si era suicidato. Senza se e senza ma. 

 

Tutte le incongruenze – Ma ecco i primi dubbi: il sangue riversato a terra non coincide con il posizionamento del corpo del calciatore e con il punto in cui sarebbe stato colpito dal camion. 

E ancora: l’orologio che era al polso di Bergamini era perfettamente funzionante dopo l’impatto. Le lancette, come mostrato da immagini esclusive del programma “Chi l’ha visto?”, hanno continuato a correre anche quando Bergamini aveva, ormai, perso la vita. E le scarpe, consegnate alla famiglia dai due magazzinieri del Cosenza sono pulite ed intatte. Ecco un’altra incongruenza: il giorno in cui Donato morì pioveva e nella piazzola doveva si sarebbe fermato con l’automobile c’era molto fango. E poi come hanno fatto a resistere ai 60 metri di trascinamento? 

I magazzinieri che portarono le scarpe alla famiglia affermarono che avrebbero avuto tanto da raccontare, ma bisognava attendere la fine del campionato. Si trattava di Mimmo Corrente ed Alfredo Rende. Entrambi persero la vita in un incidente stradale avvenuto proprio dopo l’ultima giornata di Serie B, a pochi chilometri da dove era stato ritrovato il corpo di Bergamini. 

 

Il cadavere, il dubbio più grande – La prima autopsia e le prime analisi smentiscono con forza la tesi del suicidio. Non coincide nulla: secondo le rilevazioni, infatti, Bergamini doveva già essere disteso quando fu schiacciato dalle ruote del camion. E nel completamento dell’esame autoptico (avvenuto 50 giorni dopo il fatto, a seguito della riesumazione del cadavere), si parla di morte per dissanguamento e arresto cardiaco e vengono rilevati lo schiacciamento del torace ed una profonda e ampia ferita sul fianco destro. Niente ossa rotte, niente ferite ulteriori. 

Il papà Domizio si presenta con Donata, sorella di Denis, e la moglie all’ospedale di Trebisacce per il riconoscimento. Il corpo, affermano gli infermieri, è distrutto. Ma non è vero. I familiari, comunque, possono vedere solo la testa, che presenta un piccolo livido sulla tempia. Il resto è coperto da un lenzuolo. 

 

Il luogo dell’incidente – Papà Domizio raccontò all’ex calciatore Carlo Petrini, autore del libro “Il calciatore suicidato”, di aver visionato, a 10 giorni dalla morte del figlio il luogo del ritrovamento del corpo del figlio. Scoprì che c’era molto più sangue vicino al guard rail che sul punto dell’ipotetico impatto col camion. E a quel guard rail si poteva accedere dalla piazzola da un sentierino. Insomma, il corpo di Denis sarebbe stato appoggiato, già sanguinante, al lato della strada. 

 

I punti oscuri – La sera del 13 novembre, Donato ricevette una telefonata a casa. Una telefonata che lo terrorizzò e gli cambiò l’umore. Il 16 novembre, due giorni prima della sua morte, fu prelevato dal ristorante dove stava cenando, da tre persone. Non si seppe mai il perché e dove fu portato. 

 

Voglia di vivere – In un’intervista rilasciata pochi giorni prima del dannato 18 novembre, Bergamini affermava: “A me piace vivere”. In un’altra, pubblicata il giorno prima della partita col Messina (19/11), quello del suo incidente (18/11), prometteva battaglia per la sfida di campionato. E ancora: aveva già comprato i biglietti per le vacanze di Natale. E il giorno prima, per scherzo, aveva tagliato i calzini ai compagni di squadra. Atteggiamenti felici e scanzonati di un ragazzo normale. Atteggiamenti che non ti aspetti da chi starebbe per suicidarsi sotto le ruote di un camion. 

 

Verità per Denis – Per questi motivi, e per tanti altri che approfondiamo nel pezzo successivo, la famiglia Bergamini ed i tifosi del Cosenza non hanno mai creduto all’ipotesi del suicidio. Proprio a Cosenza nel dicembre 2009, gli ultras della Curva Sud (che hanno intitolato il settore proprio a Bergamini), il “Forum Cosenza United”, la famiglia e semplici tifosi hanno indetto una manifestazione per chiedere la riapertura delle indagini. Una richiesta accolta dal Tribunale di Castrovillari nel 2011. A 22 anni di distanza si è tornati ad indagare sulla morte di Bergamini. Una morte con una finta verità. Una morte senza verità. Una morte che merita una verità. 

 

Edoardo Cozza


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