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Piedi di bronzo: le statue dei calciatori

Centinaia di statue dedicate al calcio in giro per il mondo: c'è anche Perrotta


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di Marco Maioli

 

A Funchal, nell'isola portoghese di Madeira, dal 21 dicembre 2014 Cristiano Ronaldo è in piedi, a gambe divaricate, in attesa di battere un calcio di punizione. Resterà così per sempre, fino a quando le intemperie o civiltà nemiche dei calciatori lo distruggeranno, perché il suddetto Ronaldo è una statua in bronzo, pesante 800 chilogrammi e alta 3,4 metri di altezza, opera dell'artista Ricardo Madeira Veloso e posta fuori dal CR7 Museum, un intero museo dedicato al tre volte Pallone d'Oro. L'attaccante del Real Madrid, che ha assistito all'inaugurazione della scultura tra le lacrime della madre, non pecca di falsa modestia e, in fondo, dopo aver superato Pauleta nei gol segnati con la nazionale portoghese, era giusto eguagliarlo anche a livello monumentale, rispondendo, diciotto mesi dopo, alla scultura che ritrae l'ex bomber del Paris Saint-Germain nel complesso sportivo a lui intitolato nella nativa Ponta Delgada.

 

Nel mondo esistono già centinaia di statue dedicate al calcio e (almeno) altre ventitré dovrebbero vedere la luce da qui al 2016, come documentato dal database pubblicato sul sito di 'The Sporting Statues Project'. Grazie a questo lavoro, portato avanti da Chris Stride, statistico dell'Università di Sheffield, Ffion Thomas e John Wilson e durato quattro anni di segnalazioni e contatti con tifosi, politici locali e appassionati di scultura di tutto il globo terrestre, sappiamo oggi che, sparse tra 56 nazioni, esistono più di 350 statue legate in qualche modo al mondo del calcio.

 

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Thierry Henry (Getty Images)

 

Il giocatore più rappresentato è Pelé, che può rispecchiarsi in ben otto opere: O Rei, ritratto esultante o mentre solleva al cielo la Coppa Rimet, è ovviamente celebrato più che altrove nella natale Três Corações, dove lo si può trovare mentre salta, appunto, tra tre cuori, oppure bambino, accompagnato dal pallone e dal padre Dondinho (ma non manca nemmeno una statua della madre). Il mito di Pelé arriva però fino in India, davanti al Nehru Stadium di Durgapur. Maradona, nonostante i tanti fedeli, può invece contare soltanto su due statue, entrambe inaugurate nel 2006 per il ventesimo anniversario del mondiale vinto in Messico: una, realizzata con i soldi di 180 ammiratori da tutto il mondo, che lo vede fermo, con la mano sul cuore, all'interno del museo del Boca Juniors alla Bombonera, in compagnia di Martín Palermo, Juan Román Riquelme e Guillermo Barros Schelotto; l'altra a Bahía Blanca, dove il Diez, maglia dell'Argentina e palla al piede, sembra cercare Valdano con lo sguardo, quello stesso sguardo che, dall'ingresso degli umili campi del Club Ferroviario, protegge le circa 300 persone che ogni settimana lì si ritrovano per giocare a calcio. Un omaggio a tutti gli amanti del pallone.

 

Pochi possono sperare anche solo di avvicinarsi a Pelé: tra questi Ferenc Puskas, già presente nelle città ungheresi di Felcsut, Szentes e Obuda e in attesa di una nuova statua prevista per luglio, e il brasiliano Zico, omaggiato prima dai giapponesi, con una scultura di fronte allo stadio dei suoi Kashima Antlers e un'altra allo Zico Mini Museum nella stessa Kashima, e poi dalla sua terra natale, dove è visibile in maglia rubro-negra, davanti alla sede del Flamengo, e colto in un'acrobazia al museo del calcio al Maracana. E poi c'è il messicano Hugo Sánchez, che ha portato l'autocelebrazione a nuovi livelli: fissato dall'iconografia mentre effettua la rovesciata, giocata che gli riusciva quasi più comoda del colpo di testa, l'ex attaccante del Real Madrid conserva sul tetto della sua casa in Boulevard Kukulkan, a Cancún, due delle quattro statue che lo ritraggono (le altre si trovano a Veracruz e Boca del Río, ma a quest'ultima è stato rubato il pallone). Un caso unico al mondo, almeno dopo che Giggs e Scholes hanno smentito le dicerie sulla statua di marmo presente nel soggiorno del portoghese Nani: meglio così.

 

Non sono solo i calciatori famosi a suscitare la fantasia di scultori e committenti. La prima statua calcistica di cui si abbia notizia è dedicata a un generico calciatore, un ragazzino nudo che dal 1903 se ne sta davanti al Sundby Idrætspark, un piccolo stadio di Copenaghen. Passano altri diciotto anni prima che la Saskatoon Football Association dedichi una statua a Hugh Cairns, ritratto in maglietta e calzoncini nonostante la sua fama sia dovuta, più che alle gesta calcistiche in campionati canadesi minori degli anni dieci, all'eroica morte durante la prima guerra mondiale. L'idea di scolpire calciatori è quindi antica, nasce poco dopo il calcio, ma è soltanto a partire dagli anni novanta che si assiste a un vero e proprio boom, in particolare nel Regno Unito, dove avere almeno una statua di una vecchia gloria nelle vicinanze dello stadio è ormai la normalità.

 

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Bobby Robson, Newcastle (Getty Images)
 

Mentre gli stadi, all'indomani di Hillsborough e del rapporto Taylor, diventano sempre più indistinguibili tra loro, a conferire la giusta dose di autenticità e genuinità arriva il bronzo: il calcio, che non ha fino ad allora pensato a sé stesso come custode di una storia da tramandare, riscopre il suo passato, con scopi più e meno nobili, un occhio alla nostalgia e uno al marketing, ricordando non solo giocatori, ma anche allenatori, dirigenti e padri fondatori, trasformando spazi altrimenti anonimi in luoghi della memoria, dove piangere la morte di una vecchia gloria o presentare una nuova maglia.

 

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La statua di Billy Bremner dopo la morte di Gary Speed (Getty Images)
 

Il Manchester United ricorda così Matt Busby, George Best, Bobby Charlton, Denis Law e Alex Ferguson; l'Arsenal onora Herbert Chapman, storico allenatore egli anni venti e trenta, non più privatamente, con un busto custodito all'interno di Highbury, ma all'aperto, al fianco di icone dei nostri tempi come Dennis Bergkamp, Tony Adams e Thierry Henry, immortalato mentre celebra un gol in faccia ai tifosi del Tottenham, e di un nome meno ovvio come Ken Fray, che ha lavorato per l'Arsenal dall'età di dodici anni fino a diventarne dirigente e oggi è lì, ragazzino di bronzo che insegue un pallone, in uno stadio della cui costruzione si è occupato personalmente.

 

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Best, Law e Charlton (Getty Images)
 

Il Manchester City ha riservato l'onore al leggendario Colin Bell e al celebre portiere tedesco Bert Trautmann, il Chelsea a Peter Osgood, il Leeds United a Billy Bremner e Don Revie, l'Everton a Dixie Dean, il Celtic al fondatore Walfrid Kerins, al Jimmy Johnstone e all'allenatore della storica vittoria in Coppa dei Campioni, Jock Stein, lo Swansea al recordman di presenze Ivor Allchurch.

 

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Dixie Dean con un maglione natalizio (Getty Images)


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Fratello Walfrid (Getty Images)
 

Davanti ad Anfield non poteva mancare Bill Shankly (“He made the people happy”, recita l'iscrizione della statua donata da Carlsberg), mentre il suo amico e collega Brian Clough è presente in luoghi diversi: davanti allo stadio del Derby County, in compagnia del fedele assistente Peter Taylor, ma poiché non ci sono solo le squadre di calcio alla ricerca di eroi, anche all'Albert Park della sua Middlesbrough (monumento realizzato con soldi pubblici) e nell'Old Market Square di Nottingham, dove per raccogliere i fondi necessari al monumento i tifosi del Nottingham Forest hanno messo in scena una commedia a lui dedicata.

 

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Bill Shankly (Getty Images)
 

Qualcuno, come Mohamed Al-Fayed, ha provato a mischiare sacro e profano, piazzando davanti a Craven Cottage una statua dell'amico Michael Jackson, il cui unico legame con il Fulham consiste nell'aver assistito a una partita contro il Wigan nel 1999: descritta come un capolavoro del kitsch, schifata dai tifosi, ma difesa da Al-Fayed (“se qualche stupido non apprezza un dono simile può andare all'inferno”), è stata rimossa con l'avvento dei nuovi proprietari e relegata al National Footbal Museum di Manchester. Da quando il Re del Pop non fa più la guardia, però, il Fulham, rimasto solo con il meno pop Johhny Haynes, è retrocesso per la prima volta dopo tredici anni...

 

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E chi non salta è del Chelsea (Getty Images)
 

Lealtà e dedizione alla causa, prima ancora del talento, possono meritare una statua, come evidenziano i casi di Roy Sproson, 842 presenze con il Port Vale, o il peruivano Lolo Fernandez, ventidue anni con l'Universitario di Lima. Essere campioni può aiutare a finire in posti strani, come il Ronaldo presente al Nike Campus di Portland, Oregon, o l'Eusebio fuori dal Gillette Stadium di Foxborough, Massachussetts, scultura voluta da un imprenditore di Boston originario della Azzorre e tifoso del Benfica.

 

Anche se si è soltanto un Sun Jihai si può comunque finire in un monumento grandioso, come quello che ricorda la nazionale cinese presente ai mondiali del 2002 a Shenyang: tutti e 23 i giocatori, accompagnati da Bora Milutinovic e dallo staff tecnico al completo, inseriti in una gigantesca V, che può suonare eccessiva, se si pensa alle tre sconfitte rimediate nella fase a gironi.

 

Nel mondo della scultura applicata al calcio, poi, c'è posto anche per chi non gioca: l'azero Tofiq Bahramov, il guardalinee della finale mondiale del 1966 e del gol convalidato a Geoff Hurst, ha meritato, oltre che il nome di uno stadio, anche una statua in quel di Baku.

 

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Dice che è gol (Getty Images)

 

Ma c'è gloria anche per figure non umane come il polpo Paul, ricordato all'acquario di Oberhausen, o invenzioni fumettistiche come Captain Tsubasa, l'Oliver Hutton di Holly e Benji, presente a Tokyo, e Grandpa Barça, un benevolo vecchietto blaugrana presente alla Masia. Anche alcune tifoserie hanno avuto l'onore di essere scolpite, dal tipo un po' trucido con sigaretta in bocca che dovrebbe rappresentare i tifosi del Tom Tomsk al simpatico tifoso di legno presente al Princes Park di Dartford, dai monumenti dedicati ai supporters di Valencia, Betis, Granada ed Espanyol a quello che, a Sunderland, unisce diverse generazioni e guarda al futuro con un po' di ottimismo socialista.

 

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Tifosi e il monumento ai tifosi, Sunderland (Getty Images)
 

Giocatori che esultano, giocatori che sollevano coppe, allenatori con le braccia al cielo. Per trovare qualche soluzione un po' più fantasiosa bisogna andare ad Amburgo, dove si è scelta la parte per il tutto, limitandosi a riprodurre il piede di Uwe Seeler, a Stoke, dove Stanley Matthews è fotografato in tre diversi momenti della sua carriera, o meglio ancora a Preston, dove Tom Finney si immerge in una fontana come, nel 1954, si era immerso nell'acquitrino di Stamford Bridge.

 

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Getty Images
 

Una statua sembra ormai il modo più naturale per omaggiare calciatori scomparsi prematuramente: Dani Jarque è ricordato nello stadio dell'Espanyol, all'ingresso numero 21 (come il numero di maglia), Antonio Puerta a Siviglia, con tanto di iscrizione che cita il suo gol allo Schalke 04 del 27 aprile 2006 (“Tu zurda nos regaló un sueño que cambió nuestras vidas”), il Chucho Benítez a Torreón, fuori dallo stadio del Santos Laguna, mentre un Marc Vivien Foé in vetroresina, colorato, sta davanti al centro sportivo che porta il suo nome a Yaoundé. Non è necessario, comunque, essere morti o aver appeso gli scarpini al chiodo per meritarsi un tale onore: nell'odierna mania di scolpire i giocatori anche il brasiliano Alex, ritiratosi nel 2014, ha una statua a Istanbul dal 2012, mentre Andrés Iniesta ne ha una a Fuentealbilia, dove è nato, e Neymar si conferma precoce anche nell'arte, protagonista di una particolare scultura in latta nel museo del Santos.

 

Gran Bretagna, Germania, Cina, Olanda, Russia, Spagna, Svezia, Turchia, Argentina, Brasile: all'appello quasi mancano, tra i paesi con una tradizione calcistica di una certa importanza, Francia e Italia. Al di là della Alpi non si va oltre una modesta scultura in legno dedicata a un generico calciatore del Metz, ma nel nostro paese non va molto meglio. A parte un paio di statue con un pallone da calcio nello Stadio dei Marmi, il Portiere realizzato per il Comunale di Forte dei Marmi e una scultura di Amleto Cataldi al Villaggio Olimpico, solo due personaggi hanno avuto l'onore di una statua.

 

Una statua bronzea di Nereo Rocco fa parte ormai del paesaggio di Milanello, il centro sportivo del Milan: e sebbene Gattuso avesse l'abitudine di scherzare su un'eventuale statua di Ancelotti da affiancare a quella del Paròn (“lui si toccava, temeva che gliela gufassi, non era così”), questo resta un caso quasi unico. Ha avuto vita breve, infatti, la statua in cartapesta dorata dedicata a Gabriel Omar Batistuta dalla Curva Fiesole e inaugurata il 5 novembre 1995 in occasione di Fiorentina-Lazio, centesima partita di Batigol in Serie A: “Guerriero mai domo, duro nella lotta, leale nell'animo", recitava l'iscrizione, ma con il passaggio dell'attaccante alla Roma è sparita anche, pezzo dopo pezzo, la scultura.

 

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Gabriel Omar Batistuta (Getty Images)

 

Per trovare dei calciatori italiani, allora, bisogna rivolgersi all'estero e a nomi niente affatto scontati come quelli di Marco Materazzi e Simone Perrotta. L'artista algerino Adel Abdessemed ha infatti avuto l'idea di scolpire il momento della testata di Zidane al difensore italiano durante la finale di Germania 2006: l'opera, esposta al Centre Pompidou prima di finire in Qatar, dove è stata fortemente criticata da alcuni come fonte di idolatria anti-islamica, è stata descritta come “allegoria zoroastriana del desiderio del declino”, non esattamente le prime parole che vengono in mente pensando all'ex difensore dell'Inter. All'avventura mondiale deve il suo posto nei libri di storia dell'arte anche Simone Perrotta, omaggiato in compagnia di Geoff Hurst e Jimmy Armfield dal borgo metropolitano di Tameside, dove i tre campioni del mondo, anche se uno con la nazionale azzurra e un altro senza mai scendere in campo, sono nati.

 

E se la vostra fame di bronzo non fosse placata nemmeno dall'inaguarazione, il prossimo marzo, del tributo a Brendon Batson, Laurie Cunningham e Cyrille Regis, i tre giocatori neri del West Bromwich Albion di fine anni settanta, potete sempre partecipare alla raccolta di vecchie chiavi e contribuire così alla statua da erigere al Monumental di Buenos Aires in onore di Angel Labruna

 

Fonti: The Sporting Statues Project, When Saturday Comes, the conversation.com, D.Goldblatt - The Game of our lives

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