SHARE

Storie mondiali - Il mundial dimenticato della Patagonia

La storia fantastica di un campionato mai "riconosciuto"


|

Durante la seconda guerra mondiale il mondo decise che nel 1942 i campionati mondiali di calcio non sarebbero stati organizzati. Mille ragioni, alquanto ovvie, impedirono alle nazioni di riunirsi per disputare la più importante manifestazione calcistica. Ma un gruppo di atleti provenienti da mezzo mondo, fu messo insieme dalla volontà di un caparbio mecenate, il conte Vladimir Otz, ricco nobile di origini balcaniche, ministro del quarto re di Patagonia in esilio a Parigi e accanito appassionato di calcio. Amico del fondatore della FIFA (l’organismo massimo del calcio internazionale) Jules Rimet, il conte Otz volle organizzare a tutti i costi un campionato di calcio che potesse reclutare calciatori di origini e di appartenenze diverse.

 

Un racconto di Osvaldo Soriano, narra di questo mondiale del ‘42 mai riconosciuto. Così, di recente è stato girato, tra l’Europa e il Sudamerica, un documentario su questa storia a molti sconosciuta. Un film, “Il mundial dimenticato”, ispirato al testo di Soriano e a lunghe ricerche svolte dai registi, Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, e dai produttori, in terra argentina e negli archivi Luce di Roma. La guida delle testimonianze e l’ausilio di personaggi del calcio come Gary Lineker, centravanti dell’Inghilterra degli anni ‘Ottanta, Joao Avelange, storico presidente FIFA, Darwin Pastorin, scrittore, e altre note personalità, hanno consentito di recuperare utili informazioni e preziosi documenti, affinché si potesse raccontare, attraverso una pellicola girata tra il documentario e la finzione, una vicenda sottratta agli albi e agli almanacchi, ma non per questo meno dignitosa dei campionati ufficialmente riconosciuti.

 

La storia del film inizia dal ritrovamento di uno scheletro, negli scavi argentini di Villa El Cholcon. I resti sembrano essere di Gulliermo Sandrini, cineoperatore di origini italiane forse incaricato dal conte Otz di filmare le riprese delle partite del campionato in Patagonia. La pellicola del Mundial dimenticato ricostruisce un complesso aneddotico di diari, interviste, testimonianze e scene rappresentate all’interno del suggestivo paesaggio della Terra del fuoco, luogo ancora oggi in parte inesplorato, a causa della sua ostile struttura geologica. Da tutti definito un documentario non documentario, il Mundial dimenticato passa in rassegna la verità e la finzione, l’una al servizio dell’altra. Dentro si riversa un mondo, il mondo. Calciatori professionisti, altri non professionisti, cercatori d’oro, indios mapuches, acrobati, rivoluzionari in esilio, persino delinquenti rifugiati in Patagonia. Si narra che Otz avesse assoldato addirittura William Cassidy, figlio del celebre Butch, che, come il padre, aveva rapinato banche, assaltato treni, “guadagnandosi” taglie e dovendo così fuggire in un paese lontano, la Patagonia.

 

Fu in quel mundial dall’aria quasi clandestina, che un microcosmo di faccende si trovò a comporre la suite più discreta e misteriosa che il calcio avesse mai conosciuto fino a quel momento. Un’opera larga, un andante a dominare un crescendo di vicende personali, politiche e sportive. Fu in quel mondiale mai riconosciuto che il Conte Otz, “vicerè” della profonda Patagonia argentina, pensò bene di riprodurre il pallone dentro quella terra desolata e vivissima, nel tentativo di guidarvi un campione di calcio internazionale, per salvarlo dalla tragedia della guerra e dagli orrori di un momento in cui il mondo aveva deciso di fare i conti con se stesso.

 

Quello del mondiale “privato” disputatosi nei pressi della “Terra del fuoco”, non fu soltanto un’eccezione di pace dentro la guerra, ma l’isolamento felice di un frammento vissuto dai suoi protagonisti nella totale spensieratezza, diversa da quelli che non assistevano alla guerra ma ne avevano comunque sentito parlare, diverso da chi viveva nell’irrequietudine dell’attesa della sua fine e nell’infelicità di aver perduto i più cari affetti in luoghi sconosciuti e lontani. La Patagonia di quegli anni fu un luogo di sperimentazione e di ritrovo, nato quasi per caso, intorno alle intenzioni e alla modalità sopraffine del Conte di Otz. Nonostante la Germania di Hitler, alla notizia della possibilità di inviare una rappresentanza calcistica a quella specie di mondiale non del tutto autorizzato, tentò di riprodursi subito, anche lì, potenza universale, cogliendo l’ennesima occasione per la propaganda, il mondiale in Patagonia non arretrò in linee secondarie le intimità, gli slanci anarchici, i valori di un Romanticismo annegato da tempo nelle acque tempestose di un mondo che aveva relegato la spiritualità ai margini delle opportunità umane. Eppure, in quel “caos” ordinato che introdusse squadre e personaggi assai particolari, quasi nulla fu escluso dall’andirivieni delle esibizioni e della genialità.

 

Guillermo Sandrini estrasse dal suo cilindro di personaggio creativo e imprevedibile una lunga serie di escamotage, pur di produrre un grande filmato che non fosse soltanto l’insieme di partite di calcio, ma la panoramica dettagliata sull’incontro di vite arrivate laggiù per accordarne una sola, di esistenza che potesse in qualche modo testimoniare la pazienza di uno spettacolo recluso, sereno, saggio e impetuoso, soprattutto paziente di fronte al rischio di sortire, in tutta la sua meraviglia, davanti agli occhi increduli di un mondo che sarebbe sopraggiunto soltanto dopo ad ammirarlo, con la costernazione di chi, nella brutalità dell’incoscienza e nei deliri di potere, ha consumato miseramente il tempo di intere generazioni.

 

Tra dissidenti fuggiti, anarchici, ricercati, soldati e lavoratori, Sandrini si fece affiancare dalla figlia del Conte Otz, Helena Otz, ragazza di bellezza rarissima, per quale il regista di origini italiane pare avesse perduto la testa, al cospetto di una donna raccontata come simbolo di avvenenza irraggiungibile e di primordiale emancipazione. Sì, perché il mondiale in Patagonia non trattenne nemmeno i suoi risvolti più intimi, scoprendo pure i suoi angoli dove il pettegolezzo andava a intrattenersi. Si dice che la bella e ribelle Helene avesse avuto una relazione con il centravanti della nazionale tedesca, Klaus Kramer, l’occhialuto e imponente attaccante inviato da Hitler anche nelle vesti di spia. E non solo, perché pure un indio Mapuche sembra avesse conquistato le attenzioni di Helene Otz, fotografa rivoluzionaria e innovatrice per quegli anni, capace di immortalare lo stesso Kramer, i luoghi della Patagonia e i dettagli più impensabili di quell’evento. Helene Otz è passata alla cronaca internazionale come la donna capace di incantare l’animo glaciale di Klaus Kramer, di fotografare corpi nudi, di consegnare a un’umanità in disarmo gli occhi vivi e penetranti di uno spirito libero, per quei tempi fuori moda, ma, come tutti gli spiriti liberi, pazienti e sereni dentro il loro confino in attesa di liberazione. Come la Patagonia di quegli anni. 

 

Sport e sentimento, mistero e azione visionaria, cinema e politica, in un evento che è a lungo passato sotto silenzio. E pensare che da quelle parti, a Villa El Chocon, importanti scavi archeologici rivelarono la presenza dell’uomo in età preistorica. Di quel mondiale la finale non si giocò. Una violenta alluvione distrusse lo stadio il giorno della finale, il 19 dicembre del 1942. Eppure, qualcosa è rimasto laggiù, forse, chissà, in un’istantanea che muove ancora le sue figure.

 

 

 

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka

Condividi con i tuoi amici!