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"Il Divin Codino" e la sua malinconia. Il racconto di Raffaele Nappi su Roberto Baggio

Questo blog percorre alcune delle pagine dell’ultimo libro di Raffaele Nappi. Un omaggio alla figura di Roberto Baggio


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“È un genio, un peso. È una zavorra. È il più grande

calciatore atipico del pallone. È sincero in modo spiazzante,

è timido in modo urtante. C’è chi ancora non

si ostina a capire che il suo è un cuore di seta, e non di

ghiaccio. Pigliate le pinze per avvolgerci il cuore di

Roberto Baggio.”

Il Divin Codino, con una prefazione a firma di Valerio Nicastro, edito da Giulio Perroni Editore nella collana Fuoriclasse, è il libro che Raffaele Nappi (che qui è stato intervistato per Fantagazzetta in occasione dell'uscita di un sui libro su Maradona) dedica a Roberto Baggio. “Mai sfidare una divinità” ripete in più momenti l’autore che consegna un racconto in cui il suo protagonista compare di spalle, seguito, pedinato con descrizione dal suo narratore per coglierne i momenti più delicati e profondi. Almeno tra quelli che la vita pubblica di un personaggio privato al calcio sin dal primo momento hanno rivelato di una sensibilità mai del tutto compresa. Sì, perché forse Roberto Baggio sin dall’alba della sua carriera ha dovuto fare i conti con un calcio in cui il suo talento è finito dentro quando il pallone stava ormai cambiando (forse era già cambiato da un pezzo), mutandosi definitivamente in una macchina industriale fredda e spietata. 

L’autore passa in rassegna la carriera di Baggio affiancandogli alcune figure “comodino”, personaggi spalla tanto vicini al fuoriclasse di Caldogno quanto, se più distanti, sistemati su sfondi che segnano gli anni di un aneddoto, di una partita, di una prodezza, di una delusione. L’amicizia con Borgonovo, la contemporaneità con altri grandi campioni, il peso di certe responsabilità per un uomo braccato dal giudizio e dall’opinione pubblica, costretto a fronteggiare non soltanto i sui avversari, ma, e soprattutto, le insidie di un sentiero disseminato di ombre grigie, di uomini potenti e del pericolo più serio che può correre un grande professionista, quel meccanismo perverso per cui dalla gloria al dimenticatoio non è che un istante.

Il ricordo della separazione col suo compagno di squadra Stefano Borgonovo è uno dei traumi discreti di un Baggio che per Raffaele Nappi non può essere rappresentato da nient’altro che oltrepassi quello che tutti hanno conosciuto, secondo cui l’umanità irrivelata di un grande calciatore altro non reclama che il suo pudore.

"Il giorno in cui Borgonovo capisce che è finita con la Fiorentina

scoppia la malinconia. «Non immaginavo di

trovarmi tanto bene» ripete Roberto «pensavo avremmo

segnato al massimo venti goal in due» aggiunge

«resto, resto. Dove volete che vada io?».


«Roberto, devi calciare quel rigore che non hai calciato anni fa»


È il rigore meno decisivo della sua vita, in un’amichevole

d’inizio inverno. Eppure è il più bello. Baggio,

lentamente, gli si avvicina di nuovo. «Non ti azzardare

mai più a farmi uno scherzo del genere» gli sussurra,

piano, all’orecchio «Le vedi le ruote della carrozzina?

La prossima volta te le buco»."

L’addio di Baggio alla Fiorentina per passare alla Juventus è l’inizio del dribbling più difficile per Roberto Baggio. Svicolare tra potenti e potentati mette a dura prova non soltanto la credibilità della fede calcistica di un’intera tifoseria e di altri appassionati, ma è ragione di verifica in se stesso per un campione che sente di non poter mai essere riconosciuto tale se non decide di indossare una maglia autorevole, una maglia che conta. Il trasferimento del Divin Codino avviene in circostanze amare per i colori viola. La Fiorentina è stata sconfitta nella doppia finale di Coppa UEFA proprio dalla Juventus, in una sfida che si è lasciata alle spalle non poche polemiche, a causa delle proteste della squadra toscana sull’arbitraggio della gara di andata, vinta per 3-1 dai bianconeri.


«Ci hanno mandato al macello come facevano i romani con i cristiani».

Carlos Dunga

L’autore del libro rievoca l’aspetto più mistico della delusione di una tifoseria che assume una fisionomia popolare, citando l’episodio e le parole di un giovane parroco, don Luigi Tellatin, per poi suggellare l’epilogo glorioso del primo scudetto conquistato con la maglia della Juve con l’amara costatazione che ogni dettaglio, ogni pretesto possono essere utili a chi vuole manomettere la sacralità dell’impresa sportiva, a dispetto di chi, soprattutto, ha avuto il merito di perseguirla con sensibilità e senza l’arroganza che scolpisce il volto di chi si lascia adottare dalle protezioni del potere. Tra un anatema e una lettera "particolare" si racchiude l’esperienza di Roberto Baggio nella Juventus di Giovanni Agnelli.

"Alla messa delle 11 di domenica

scorsa si rivolge ai suoi fedeli: «Ho provato stizza quando

ho sentito che Roberto Baggio era stato venduto per 25

miliardi». E lì a paragonare la questione al Vangelo e alla

parabola dei lebbrosi: «Il vero miracolo del cristianesimo

era stato accettare nella società i lebbrosi. Oggi, dopo i

25 miliardi spesi per Baggio, siamo di fronte ad episodi

dove l’uomo non ha più alcun valore».

“Immaginiamo cosa avrà pensato il Divin

Codino della lettera che un gruppo di monarchici

romani ha inviato a Giovanni Agnelli perché imponesse

a Baggio di cambiare la fascia da capitano: basta

con questo fazzoletto di auguri giapponese. Rivogliamo

il classico, regale, blu Savoia. Dopo i ministri di

Dio che gli rimproverano l’adesione al buddismo, ecco

i seguaci del Re che lamentano il tradimento di una

delle «tradizioni che caratterizzano la storia nazionale

».”

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Così, di capitolo in capitolo, il percorso tracciato da Raffaele Nappi non smette la sua marcatura ai toni ambigui del potere nel mondo del calcio e, soprattutto, rispetto alla figura del protagonista del libro. Anche il passaggio al Milan rappresenta per il codino più famoso d’Italia un momento di ennesimo confronto con l’ammirazione, ma soprattutto le aspettative in ottave di marketing da parte di un altro club molto potente. E l’autore, con sottile ironia, sceglie di rimarcare questi toni rievocando uno dei passaggi del suo arrivo in rossonero davanti alle telecamere e ai fotografi.

“Il clima, lo vediamo, è tutt’altro che disteso. Poi

a un certo punto Berlusconi prova a portarglielo via

davanti ai fotografi e ai cameramen. Sorridendo. «Facci

vedere il codino». Lui resiste. Non abbocca. Non pago,

Silvio rilancia, con una battuta delle sue. «Dividerai

la stanza con Weah, così di notte ti prendi paura». In

pochi hanno riso.”

Tuttavia, il racconto di Raffaele Nappi sull’epopea di uno tra i più talentuosi calciatori della storia del calcio italiano si sofferma sul dato sportivo che meglio rappresenta quello umano, umanissimo, di un uomo che si preoccupa più di essere tale che un campione. Chissà cosa sarebbe il calcio se gli onori della cronaca fossero gli stessi pure per chi finisce in fondo. Per la riconoscenza all’omaggio della tensione, non alla scaltrezza del suo utilizzo. L’autore congeda il suo protagonista fissando i due momenti più importanti della sua carriera nella nazionale italiana. Il calcio di rigore sbagliato nella finale di Pasadena e quello messo a segno ai quarti di finale, contro la Francia, durante il mondiale del 1998. Entrambi “inutili”, perché tutti e due sul piatto della sconfitta. Un errore uguale a un successo. Che paradosso. Entrambi accomunati dalla stessa posa, dalla stessa camminata. Negli Stati Uniti a testa bassa e con gli occhi quasi serrati, prima di calciarlo. In Francia, con la testa bassa e gli occhi altrettanto stretti, ma, stavolta, dopo averlo calciato. 

Anche se qualcuno può pensare che gli anni trascorsi a Brescia e a Bologna siano stati periodi più felici e spensierati per Roberto Baggio, al riparo dalla nostalgia per la maglia viola, dai ricordi juventini e dai tentativi in rossonero e in nerazzurro, Raffaele Nappi tocca il nervo più importante, oltre l’elogio, oltre l’ossequio. Il riconoscimento che meglio di chiunque altri Baggio ha saputo riservare a se stesso. “Il piccolo principe è uscito dal gruppo”. Un calciatore che ne ha visti tanti, troppi preferiti a lui. Eppure, nessuno di questi è stato come lui.

Elio Goka

diElio Goka

ELIO GOKA È LO PSEUDONIMO DI SEBASTIANO DI PAOLO. NATO NELLA NOTTE DELL'ULTIMO SOLSTIZIO D'INVERNO DEGLI ANNI SETTANTA, È CRESCIUTO IN CAMPANIA, FORMANDOSI "A SUD" E VIAGGIANDO, POI, IN AFRICA E IN AMERICA LATINA. SI OCCUPA DI LETTERATURA, PUBBLICA NARRATIVA E SCRIVE ANCHE DI CALCIO PERCHE' AFFASCINATO DAI TEMI MISEREVOLI.


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