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Una parte dei tifosi del Napoli non sa godersi più la sua squadra. Un paranoia che ha gli occhi di tv e rivalità

Nonostante i tanti aspetti positivi di questo Napoli, all’ombra del Vesuvio non mancano polemiche e malumori


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Una parte del tifo partenopeo sembra in preda a un isterico delirio di insoddisfazione. Social network, interventi in radio e altri mugugni certificano una colonizzazione delle emozioni comandata da un’ossessione della perfezione. Il verbo petere è l’unica espressione possibile. Chiedere per ottenere, come un comando alla passione. Che paradosso. E pensare che dovrebbe valere il contrario. Rivolgersi così alla propria fede calcistica è quanto di peggio forse poteva accadere.

Dopo la partita con l’Udinese sembrava che fosse il Napoli ad aver perso e ad aver subito quattro goal. E così ogni volta, anche quando il Napoli vince, anche quando passa il turno di coppa, anche quando compete sul campo con squadre che appartengono a club più ricchi e potenti. Come se il Napoli in serie A non fosse secondo (a dispetto dei pronostici stampa che ogni anno annunciano la stagione dando il Napoli dietro le milanesi e la Roma), come se non fosse ai quarti di Europa League, come se tutto quanto visto quest’anno e negli anni precedenti non fosse bastato, almeno, a indurre a una revisione di un senso critico che col passare del tempo si lega a rivalità, in particolare a quella per la Juventus, che pare serpeggiare più in forma di invidia che di competizione.

La Juventus ingaggia Cristiano Ronaldo e i tifosi del Napoli si deprimono chiedendo alla società di acquistare calciatori di altissimo rango, come se quelli presenti in organico non fossero all’altezza. In barba a ogni rispetto, a ogni riconoscimento e riconoscenza. In barba a se stessi. Gli stessi umori sembrano essere determinati dai risultati degli altri più che dai propri. La Juventus ribalta il risultato di Madrid e molti tifosi del Napoli, passando dalla gioia ipotetica della sua eliminazione, si complimentano comparando le partite del Napoli e lamentando la mancanza di carattere della propria squadra. Un saliscendi di umori dipendenti da altrove che invece andrebbero riconosciuti per quello che sono - maggiori possibilità economiche, potere politico, storico e mediatico - e come tali più utili a rendersi conto di quanto invece sia soltanto da apprezzare quello che questo Napoli sta portando avanti ormai da diversi anni. Invece, tutto a rotoli, secondo un prontuario del malcontento che ha del paranoico.

Molti di questi tifosi rimproverano alla società un eccesso di prudenza negli investimenti, mal tollerando il dispotismo di De Laurentiis anche nel suo rapporto con una parte della tifoseria. Eppure, l’insistenza di quello che ormai sta diventando un manifesto della frustrazione è altrettanto dispotica. Un coro greco sistematosi sopra un grande trespolo a mo’ di ultras dell’inappagamento.

Ho sempre considerato sacro un concetto, sacro dentro la grande sacralità del calcio. Il bene e l’affetto per il tifoso. Quando si tiene per una squadra, si tiene pure per i suoi tifosi. Una compagnia antica unisce qualcosa che supera la conoscenza d’identità. Un’empatia cieca, che neutralizza ogni altra distinzione. Un vero tifoso, secondo me, gioisce o soffre anche per i suoi tifosi. Tutto questo, invece, rischia di perdersi, di allontanarsi. Una fuga a favore di sentimenti artificiosi e pretese di vanità. L’aver ragione sopra ogni cosa - che poi è un atteggiamento che non dà mai ragione -, pure a discapito di quella fase sentimentale che alimenta la passione per qualcosa. Del resto, non c’è niente di più stupido della ragione che pretende di avere ragione. Così nascono forme di insoddisfazione che generano antipatia. Pure per se stessi. La decomposizione di quel corpo unico che è la condivisione di una fede calcistica. Al diavolo la liturgia, al diavolo il sacro. Spazio, invece, a malumori e indolenze. E tutto questo fa eco alle uscite sibilline di certa stampa, soprattutto napoletana.

Una schiera di ex calciatori, dirigenti sportivi e giornalisti, che sembrano rassomigliarsi tutti, che rilanciano la posta del non va mai bene nulla soltanto per fare sfoggio di se stessi o, peggio ancora, per esercitare un ostruzionismo gratuito determinato dalla loro estraneità a un nuovo corso storico. Frustrazione su frustrazione, per un gioco di invidie che finge di perseguire una passione, ma, in fondo, cerca solo di fondarsi sullo sconforto. È questa la peggiore delle sconfitte. Professarsi continuamente tali. E, se un tifoso cede a questo genere di tensioni, altro non agisce se non come portavoce di tutto tranne che di se stesso. Sotto processo ci finiscono sempre i calciatori, gli allenatori e le società. Mai quest’esercito di opinionisti d’assalto. Assecondarli è la prima strada verso la più desolante e totalizzante delle adesioni al pensiero unico.

La presenza di un Napoli tra squadre di vertice ha generato un inseguimento al sogno che ha i toni dell'incubo. Anche quando il Napoli di Benitez ha vinto Coppa Italia e Supercoppa italiana - a Napoli i trofei non capitano così spesso -, ha dovuto farlo tra i “va bene, ma sono coppette”, oppure “sì, ma siamo al terzo posto” e tutta l’insostenibile inopportunità del non saper godere di una soddisfazione o del non riconoscerne il merito. E sarà ancora così, pure se un giorno il Napoli dovesse riuscire a registrare qualche altro successo. Un dionisiaco decadente e depresso, che, come si direbbe a Napoli, “schiatta in corpo”, con la codardia di non sapersi più dichiarare a un amore perduto. 

Elio Goka

diElio Goka

ELIO GOKA È LO PSEUDONIMO DI SEBASTIANO DI PAOLO. NATO NELLA NOTTE DELL'ULTIMO SOLSTIZIO D'INVERNO DEGLI ANNI SETTANTA, È CRESCIUTO IN CAMPANIA, FORMANDOSI "A SUD" E VIAGGIANDO, POI, IN AFRICA E IN AMERICA LATINA. SI OCCUPA DI LETTERATURA, PUBBLICA NARRATIVA E SCRIVE ANCHE DI CALCIO PERCHE' AFFASCINATO DAI TEMI MISEREVOLI.


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