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Wigan in cielo, City fuori: "È la FA Cup, unica e inimitabile". Forse sì, ma sicuri che facciamo il massimo?

Modello Romantico e vincente, probabilmente inesportabile in Coppa Italia. ma nulla vieta qualche passo avanti


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La grande fuga di Grigg, a 10 minuti dalla fine, il tiro in diagonale, la rete del vantaggio su un City in dieci dalla fine del primo tempo per il rosso a Delph, e un’esultanza rimasta implosa per l’incredulità: così la FA Cup confeziona l’ennesima favola Made in England, con l’eliminazione della corazzata di Guardiola (con annessa fine del sogno di uno storico treble, a Premier ipotecata a Champions nel mirino) per mano dell’umile Wigan, un passato recente in Premier, oggi nella terza divisione inglese, ma peraltro capace di vincerla, la FA Cup, proprio nel 2013, l’anno della retrocessione il Championship.

“Storie da FA Cup”, si sente dire in queste ore. La FA Cup è un’altra cosa, un altro concept, un altro pianeta, si dice altrettanto spesso. E certamente a ragione: perché il confronto con la nostra Coppa Italia, è un’ovvietà, appare impietoso, nonostante il recente rialzo di interesse, complice l’adozione della formula a scontro secco, della finale unica (soluzione molto più remota cronologicamente) ma anche il pass per l’Europa League, non esattamente una banalità per tutte le pretendenti alla finale di Roma, di questi tempi.

Eppure, appunto, la FA Cup resta un modello distante anni luce, capace di offrire sceneggiature inimmaginabili nel nostro calcio: Davide che elimina Golia non è una storia così infrequente, oltremanica: per esempio, per restare a questi giorni, il Rochdale, ultima in League One, terza divisione inglese, che dopo un 2-2 con il Tottenham (Juve, ti dice niente?) manda gli Spurs al replay. Immediatamente torna alla memoria l’impresa strappa-applausi del Pordenone, poche settimane fa, in Tim Cup. Quell’Inter non sarà stata il City, ma è vero che si giocò a San Siro, con annesso esodo dei tifosi veneti, e che i nerazzurri allora erano lanciatissimi, a giocarsi le primissime piazze della classifica, ed anzi fu proprio quel potenziale inciampo contro i neroverdi di Serie C ad aprire la crisi dalla quale la squadra di Spalletti non è più riemersa.

Per il Pordenone, fiero e commovente, capace di strappare lo 0-0 all’Inter, e poi di portarla ai rigori ad oltranza, non ci fu nessun replay. Perché il regolamento della Coppa Italia, a differenza della Tim Cup, non lo prevede. E qui iniziano i dolori. Perché si fa presto a fantasticare dell’emulazione del modello inglese, ma te li vedi, i club di A, accettare di rigiocare (per proprio demerito, invero) una gara di Coppa Italia già di per sé vista spesso come un contrattempo, senza polemizzare su calendari, poco tempo per allenarsi, e via discorrendo?

A proposito di differenze, la prima che salta all’occhio è la più nota, caratteristica della FA Cup, e probabilmente “inesportabile”, anche volendolo: e cioè quella che si possa giocare anche in casa della squadra più umile. Ora, basta un’occhiata alle immagini di Wigan-City, con i tifosi festanti al centro del campo, scesi da tribune che, in terza serie, farebbero impallidire molti degli stadi della nostra attuale Serie A. Già, perché si fa presto anche a dire “Sarebbe una bella idea fare anche noi così, giocare in casa delle squadre di B e di C”, ma quante squadre di B e di C possono vantare uno stadio da 25.000 persone come il DW Stadium (costruito nel 1999) di Wigan? Per dirne una, lo stadio Ottavio Bottecchia di Pordenone, di posti, ne ha 3000.

Wigan, un po' d'euforia (Getty Images)

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Il modello FA Cup, romantico quanto pratico, ha ragioni non solo regolamentari, ma anche infrastrutturali, sportive, culturali: non è distante anni luce solo per un’idea visionaria, quanto per motivi precisi e caratteristiche probabilmente inimitabili. Questo non significa però che qualche passo non possa (debba?) essere fatto, magari con le disponibilità dei grandi club di giocare, per una sera, in stadi magari non accoglientissimi, probabilmente vintage, ma certo in grado di diventare catini ribollenti di passione. Non saranno da 25.000 posti, ma certamente possono essere in grado di regalare altre emozioni, e raccontare alcune belle storie. 

Occorre volerlo, occorre un percorso culturale (e federale) che renda il fascino valore primario rispetto al disagio dei club, perché le favole Wigan, in Inghilterra, non nascono da sole, le favole si vogliono, e si cercano. Magari gli anni luce di distanza resteranno tali, ma ammettiamolo, quanta bellezza ci sarebbe, in un Pordenone che festeggia il passaggio del turno con l'Inter, con 3000 anime in festa, dentro la loro casa.

City fuori a Wigan (Getty Images)

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Ezio Azzollini

diEzio Azzollini

DIVERSAMENTE ULTRATRENTENNE, È ASPIRANTE VIVEUR, SPERANTE FILMMAKER, E SPIRANTE GIORNALISTA. FIRMA DI FANTAGAZZETTA SIN DAL PRIMO VAGITO DEL SITO, HA SCOPERTO IL KARMA DEL PROFESSIONISTA IL GIORNO IN CUI HA INTERVISTATO MOGGI. IL GIORNO IN CUI HA INTERVISTATO GIANNI RIVERA HA SCOPERTO QUELLO DELLE GROUPIE.


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