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Post Barça-Juve: qual è il significato esatto degli slogan "a testa alta" e "fino al confine"?

Riflessioni del giorno dopo la qualifcazione bianconera al Camp Nou


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Non è ancora passata neanche mezza giornata dal pareggio della Juventus al Camp Nou, un'impresa difficile anche solo da pensare non solo in termini di qualificazione in senso stretto, ma anche per come è maturato il tutto: gli amanti delle statistiche fanno notare che quella attuale è una delle stagioni più prolifiche di sempre per Messi e compagni, rimasti però all'asciutto nei 180 minuti contro Buffon e compagni; fanno notare anche che in sfide ad eliminazione diretta non era mai capitato che sulla ruota della MSN uscisse 0 alla voce "gol fatti" fra andata e ritorno; fanno notare anche che Bonucci e Chiellini non hanno subito neanche un dribbling sul terreno di gioco blaugrana. Tutti fattori che, uniti al 3-0 dello Juventus Stadium, hanno permesso alla squadra di mister Allegri di staccare il pass per la semifinale di Champions League: ovvio entusiasmo, festa sino a tarda notte per i tifosi bianconeri in trasferta in Catalogna, ma poi, appunto, arriva l'alba del giorno dopo.

Oggi non si vuole fare qui nessuna analisi delle cose belle e delle cose brutte sulle quali la Juventus dovrà lavorare per migliorarsi ancora in vista della volatona finale fra Serie A, Champions e Coppa Italia, ci sarà tempo e modo per fare questo tipo di discussioni, ma adesso sono altre le curiosità che nascono spontanee, due in particolare.

Partiamo dal poco comprensibile motto "a testa alta": è vero che nello sport teoricamente è più importante partecipare anziché vincere, ma è ancora più vero che le pagine più significative della storia vengono scritte da chi è capace di scrivere il proprio nome negli albi d'oro, o per lo meno da coloro che la luce dei riflettori se la sanno meritare non solo per fantomatici titoletti platonici come quelli relativi al bel gioco o quelli che durano da Natale a Santo Stefano. Circa due anni fa, e cioè dopo la finale di Champions persa proprio dalla Juve in quel di Berlino appunto contro il Barcellona, si sprecarono i titoloni su quanto la Vecchia Signora era stata brava a giocarsela con chi poi la Coppa dalle grandi orecchie la sollevò al cielo, ma in fin dei conti cosa restò a Tevez e soci se non un pugno di mosche in mano? Per intenderci, i complimenti non possono che far sempre piacere, ma quanto si può tirare a campare così? Però non si può far presente che comunque si sta parlando di una squadra che nel frattempo qualche altra cosuccia qua e là è riuscita a prenderla e portarla nella propria bacheca, e nel frattempo è stata capace anche di proseguire un discorso di crescita mentale che (per lo meno ancora) non ha portato a nessuna vittoria "fuori dal confine", ma che comunque è evidente anche agli occhi di chi si sforza a non voler vedere. Chi? Quelli che oggi, ritornando a quanto si diceva prima, si ostinano a non riconoscere i meriti di una squadra che in un mondo normale si meriterebbe almeno un briciolo di rispetto sportivo per quello che ha posto in essere dall'estate del 2011 ad almeno il prossimo maggio 2017. Anche perché, parliamoci chiaro, sino a quando si penserà più ad una Juve dominatrice del calcio italiano per meriti terzi, o a dirette inseguitrici più belle e teoricamente meritevoli per l'applicazione del Dolce stil novo al gioco del calcio, la musica difficilmente cambierà.

E' così che ci si riallaccia al secondo slogan che si è scelto di trattare stamane: "fino al confine", il marchio di fabbrica di chi la Juve non la riesce a battere nella corsa al tricolore, ed allora si spera di vederla perdere nelle competizioni internazionali. Diamo subito un'occhiata ai fatti: quale squadra italiana ha fatto meglio della Juve fuori dall'Italia in questi anni (semifinale di Europa League più ottavo e quarto di finale di Champions, finale a Berlino, e semifinale almeno adesso)? Il Milan è arrivato una volta ai quarti e due agli ottavi di Champions, il Napoli si è fermato due volte agli ottavi di Champions, due volte ai sedicesimi di Europa League, una volta agli ottavi di Europa League ed una in semifinale, l'Inter e la Roma al palo in un'occasione sempre nel primo turno ad eliminazione diretta Champions e due volte agli ottavi di Europa League, la Lazio due volte ai sedicesimi, una volta agli ottavi ed una ai quarti in Europa League, la Fiorentina due volte ai sedicesimi ed una agli ottavi d'EL, anche una semifinale per i viola, infine Udinese e Torino una volta ciascuno agli ottavi di Europa League. Le altre non pervenute. Veramente c'è qualcuno che si sente di gridare mettendoci la faccia quel "fino al confine" di cui prima? Il già imbarazzante confronto limitandosi alle competizioni di casa nostra diventa schiacciante allargando il discorso alle coppe europee: non si capisce qual è la convenienza di questo giochino, a meno che non si voglia scrivere una tesi che smonti la nota canzone "Il mondo nuovo" di Neffa: è meglio una delusione vera di una gioia finta, sostiene il cantautore di Scafati, ma evidentemente non è così che funziona nel mondo del calcio. O per lo meno non per tutti: contenti loro...

Fabio Giambò

diFabio Giambò

CLASSE '83, MESSINESE, LAUREATO IN INGEGNERIA INFORMATICA. CRESCIUTO A PANE E CALCIO (POI ANCHE FANTACALCIO), È UNA FIRMA TANTO STORICA QUANTO "SCOMODA" DI FANTAGAZZETTA: APPASSIONATO DI MOVIOLA, SEGUE CON ATTENZIONE GLI SVILUPPI DELLE VICENDE RIGUARDANTI CALCIOPOLI E/O COMUNQUE I VARI ASPETTI GIURIDICI LEGATI AL MONDO DEL CALCIO.


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