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La straordinaria ordinarietà di Balotelli: ora è ciò che ci serve. Come quella di Luigi delle Bicocche

HE'S BACK. E NON PUò CHE FARCI PIACERE


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E' da ormai quasi 10 anni che ci chiediamo, a mò anche di filosofico stornello, chi tra noi e Balotelli abbia portato al mancato compimento delle promesse - e delle premesse - di Mario.

C'è addirittura chi, sulla sua figura - l'italiano di colore, e peraltro ribelle, in un'epoca non proprio ideale per essere entrambe le cose - ha fatto studi esistenziali e sociologici, chi ha interpellato gli psicologi, chi ne ha scritto trattati. Che, col calcio giocato, alla fine non avevano nulla a che fare.

Eppure è di calcio che si dovrebbe parlare, almeno fin quando possibile. E del presente (ormai il passato se n'è bello che andato) di un calciatore che ha ritrovato la Nazionale dopo 4 anni, lunghissimi anni. Stagioni pesantissime, anche per lui, a livello personale, che è sempre riuscito, anche per colpa sua, a fare meno di quello che gli veniva richiesto.

Ecco, appunto: rispetto a quello che l'allenatore voleva da lui, che le società volevano da lui, che i tifosi volevano (o addirittura pretendevano) da lui. E che, quasi certamente, che anche lui voleva da sé stesso.

L'occasione gliel'ha servita il fato, e su un piatto d'argento. Un tecnico come Mancini, che di fatto è quello che con lui ha trascorso più tempo, sulla panchina di una Nazionale che vive i giorni peggiori della sua intera storia, che gli concede una chance. E che chance.

Giocarsela alla pari con Belotti e Immobile per il ruolo di centravanti azzurro: un onore, oltre che un onore, considerato che fino a pochi mesi fa le possibilità che tornasse anche solo ad essere convocato erano anche al di sotto di quelle che l'Italia non si qualificasse al Mondiale russo. Nelle tante sfortune che spesso Mario - smettiamola un po' tutti di chiamarlo SuperMario, conviene - si è costruito o ha incontrato lungo la sua strada questa è stata e potrebbe essere la fortuna più grande: ora sta a lui cogliere l'occasione, e provare ad essere non quello che poteva essere, ma semplicemente quello che è.

Ovvero, un buon giocatore, nel pieno della maturità, che nel prossimo torneo per Nazioni a cui ambiamo a partecipare avrà quasi 30 anni, e che può dare il suo contributo. Proprio come tutti gli altri.

Partendo dal presupposto che, in ogni caso, nel suo bagaglio tecnico esistono diverse caratteristiche che nessun altro attaccante italiano del decennio corrente possiede, o potrà mai riuscire a possedere.

Zaza, Gabbiadini, Eder, Pellé, Immobile, Belotti e chissà quanti ne sto dimenticando: nessuno di loro ha sarà mai decisivo con una giocata totalmente autoprodotta. E' sempre stato questo il plus di Mario: prendere palla sulla trequarti, fare qualche passo palla al piede in corsa blanda, arrivare al limite, prendere la mira e calciare. Oppure sfoderare letali bordate da fermo, per generare occasioni in tap-in: non è un caso che due dei tre gol della gestione Mancini siano arrivati così. Gol che quasi mai avevamo fatto, nei 4 anni precedenti, e gol che, tenendo in campo Belotti e Immobile, difficilmente riusciremo a fare.

Detto ciò, Balotelli è ancora un corpo estraneo. Il suo ego non solo tattico, se da un lato gli permette di inventare calcio come nessun altro, dall'altro lo fa faticare sempre immensamente in fase di scambio, costruzione di gioco, e di collaborazione alla manovra.

Per questo, in un calcio totale e coordinato come quello del 2018, non bastano gli altri 9 calciatori di movimento: in queste specialità si sono peraltro specializzati Immobile e Belotti (più il primo, in verità), che è giusto che vengano tenuti in considerazione almeno quanto lui. Che per rendere al massimo dovrà ora, pur rimanendo sé stesso, e non solo a livello calcistico, essere trattato come chiunque altro. Non è più un talento da coltivare e coccolare, né un reietto da respingere a oltranza per il bene del gruppo. Ma, semplicemente, una promessa non mantenuta che ora deve e può adattarsi ad una condizione ordinaria, pur nella sua straordinarietà.

Un po' come 'Luigi delle Bicocche' che - cantava Caparezza - aveva la capacità di essere indispensabile in quanto eroe delle piccole, ma grandi cose della quotidianità.   

La quotidianità di Balotelli, anzitutto in Nazionale, da ora in avanti dovrà essere quella di chiunque altro. Piena zeppa di doveri, avida di concessioni, fatta di duro lavoro e sacrosanta umiltà.

Di silenzi, soprattutto. Puri e sofferti come quelli di ogni Luigi delle Bicocche d'Italia, che la vita talvolta mette all'angolo così come Mario potrà andare in panchina. Facendo bruciare dentro a tutti e due gli eroi dell'ordinario, quello stupendo fuoco sacro della rivalsa che non necessariamente è miracolo, impresa, o divina provvidenza. Ma, più semplicemente, senso del dovere ed espressione massima delle proprie possibilità. E' questo che oggi si chiede a Balotelli ed al suo allenatore. Di miracoli e imprese ne abbiamo visti e chiesti fin troppi: ora è giusto che, per tornare a quei momenti, si passi attraverso sangue e sudore, devozione e attenzione massima ai particolari. Tutte cose che nell'immaginario comune fanno l'uomo straordinario ma che, a ben vedere, dovrebbero essere il pane di ogni uomo ordinario. Come Luigi delle Bicocche, come Mario Balotelli. Ma non diteglielo, perché potrebbe non essercene bisogno.

Ed averlo capito da sé, in questi lunghi anni di forzato esilio in cui anche quel poco di straordinario che era stato compiuto era intanto diventato solo un flebile, seppur indimenticabile, ricordo.  


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