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Buffon, Oliver e il rigore (che c'era) così come la ragione di tutti: juventini e anti-juventini

A PARTI INVERSE, MERCOLEDI SCORSO, LA STORIA SI SAREBBE RIPETUTA SPECULARMENTE. UNA REAZIONE SPROPOSITATA E UN FINALE TRISTE PER UNA CARRIERA LUNGA 21 ANNI SOLO IN CHAMPIONS


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"L’individuo è il cestino dell'immondizia in cui la comunità svuota i suoi errori"

(Sergio Cordero)

Sono passati ormai 4 giorni dallo sfogo - comprensibile - di Gigi Buffon, e da allora non è ancora arrivato neanche un mezzo passo indietro. Anzi, alle Iene, in uno spezzone che andrà in onda stasera, il portiere ha reiterato: "Seppur esternandoli in maniera eccessiva, erano pensieri che avevano una logica, che ridirei, magari con un linguaggio più civile. Datemi la legittimità di difendere in quel modo esasperato e passionale i miei compagni e i cinquemila venuti a sostenerci".

Passionale o meno che sia, era e resta comunque il modo sbagliato. E non per tutti, chiaramente. Perché, come dice lui, che ha così amaramente e tristemente chiuso il suo personale ventennio in Champions League, quella drammatica e svagata estremizzazione del proprio rancore era l'espressione muscolare del suo popolo. Oltre che, ovviamente, della sua squadra.

Il ventennio di Gigi, sì. Anche di più, se si considera che il suo personale esordio nella competizione per club più prestigiosa (e difficile) risale addirittura al 13 agosto 1997, data del debutto dell'epico Parma Calcio in Champions League, da 5 anni felice erede della fu Coppa dei Campioni. Si giocava anche quella volta in trasferta, nella lontana Polonia contro il Widzew Łódź. Andata dei preliminari estiva per i ragazzi di un giovane Ancelotti, in uno stadiolo costipato da 18 mila spettatori. 

Passaggio del turno ipotecato da una emozionante tripletta di Chiesa senior, ma anche dalle parate di quel 19enne col numero 28 sulle spalle. Che oltre un ventennio dopo, passerà a salutare per sempre quella competizione - almeno da calciatore - in un impianto giusto un pochettino più grande. Il Bernabeu, da oltre 80 mila. Da cui s'è congedato così.

Il tutto davanti a Zinedine Zidane, che di quella dormita colossale della difesa ospite, la cui gravità è stata esaltata per via della prevedibile ed esagerata reazionecollettiva, ha goduto. 12 anni fa c'era Gigi, e c'eravamo tutti noi a vederlo passare inerme e sconfitto di fianco ad una Coppa del Mondo che ormai non gli sarebbe più potuta appartenere, ed ora c'è lui a rimirare lo sconfitto più illustre lasciare il campo, la porta, e la competizione. Per sempre. E non per una testata, ma per un colpo di testa: una reazione troppo istintiva per chi, come Gigi, da 21 anni solca quel palcoscenico.

E non tanto per il cartellino rosso (il primo, in 117 partite), quanto per la negata possibilità di raddrizzare la sorte e provare a ribaltare il presunto torto subito: checché ne sostengano le credenze popolari, Buffon è stato un ottimo pararigori (ben 31 in carriera). Così come Szczesny (12 su 47), che però rispetto a Gigi non ha ancora mai mostrato di avere nel cuore e nei guantoni il fuoco sacro delle stelle. 

Già, il cuore. Quello che per Gigi, on fire a fine partita, Michael Oliver non ha o, quanto meno, non ha avuto in quell'occasione. Quella dell' 'immondizia al posto del cuore' resterà una frase fatta e finita, che il mondo del calcio non dimenticherà. Anzi, per quanto è solennemente ripetitivo e ironico, farà sua almeno quanto i 'tituli' di Mourinho e il 'rigore è quando arbitro fischia' di Boskov. Una verità senza tempo, magistralmente riassunta da un docente di calcio, che mercoledi ad un popolo intero - quello bianconero - proprio non è andata giù.

I motivi, almeno mille. Quattro, quelli principali, denunciati dallo stesso Buffon

1) Non si può dare un rigore, in partite del genere, dal valore così importante, a meno che non sia chiaro e limpido al 100% ("Un essere umano non può fischiare un episodio stra-dubbio, dopo una gara del genere a meno che al posto del cuore non abbia un bidone dell’immondizia");

2) Non si può dare a tempo scaduto, a render vani gli sforzi che sono valsi una epica rimonta ("Abbiamo costruito il nostro piccolo sogno mattone dopo mattone, siamo partiti con zero possibilità e stavamo compiendo un’impresa. Non puoi avere il cinismo di distruggere il sogno di una squadra che ha messo tutto in campo");

3) Non si può dare un rigore a meno che non si sia sereni e tranquilli ("Non accetto il fatto che un professionista che viene ad arbitrare una partita simile, con due squadre di questa tradizione e di questo tenore, non abbia la personalità, il coraggio per essere sereno e tranquillo. In più era anche impreparato, perché si vede che non ha visto la partita di andata e quello che è accaduto in quella gara");

4) Non si può dare contestualmente anche un rosso per proteste a un mito ("E’ riuscito a dare un rosso al sottoscritto, io non ho mai preso un rosso per proteste in vita mia, non sapendo forse anche che era la mia ultima partita. Magari pensava che avessi 25 anni, non ne ho idea. Però quella è un’aggravante: vuol dire che sei impreparato e che hai la sensibilità di un animale").

Tutto perfettamente comprensibile, seppur squalificante ed eticamente sbagliato, se riuscissimo - tutti - a vestire per alcuni minuti i panni dello stesso Buffon. All'ultima partita in Champions della propria carriera, a margine d'una partita che sarebbe stata ricordata per generazioni e generazioni (e non solo per il freddo risultato), che a sua volta avrebbe rappresentato per lui e per i suoi compagni di Nazionale Chiellini e Barzagli la più bella delle rivalse,  pochi mesi da una delusione fors'anche maggiore, quella che li terrà tutti fuori dal Mondiale. 

Ecco, nella bagarre dialettica che s'è scatenata da mercoledi in poi e che durerà, ancora, almeno fino al giorno in cui si congederà definitivamente dal calcio (se non addirittura oltre), hanno un po' tutti ragione e un po' tutti torto. Perché, inevitabilmente, non c'è uno juventino che non erga a suo rappresentante morale e portavoce Gigi, ma non neanche c'è un anti-juventino che non si faccia forza, nella condanna dell'episodio, dell'espulsione e delle loro conseguenze, della fredda verità. Ovvero, che il rigore (pur non limpidissimo) si poteva tranquillamente concedere e che la reazione di Buffon (dentro e fuori dal campo) è stata spropositata, sterile, inadeguata al suo rango oltre che controproducente.

Una sequela di teorie e convinzioni che, in ogni caso, resta sì la verità, ma solo se vissuta con l'animo di chi quella presunta ingiustizia non l'ha subita: d'altra parte fu così 6 anni fa all'epoca del gol di Muntari, 20 anni fa quando Iuliano stese Ronaldo in area, 37 anni fa in occasione del (non) gol di Turone, e così spesso è, in quest'epoca, quando il Napoli non è riuscito a superare la Juventus nella rincorsa allo scudetto. 

La posizione di partenza in una querelle, in definitiva, identifica la propria convinzione. E così sarebbe stato, d'altra parte, se il medesimo episodio fosse stato specularmente discusso nel caso in cui lo stesso identico fallo fosse stato - che so - di Varane su Higuain in area, al 120° dei tempi supplementari, non fosse stato concesso il rigore, e la Juventus fosse poi uscita ai rigori. Oliver a quel punto sarebbe stato per la Juventus il più pavido dei giudici di gara, incapace di imporsi in uno stadio difficile da dominare emotivamente; e viceversa una decisione giusta per tutti coloro che invece dell'ennesima défaillance bianconera in Europa hanno goduto. Perché l'unica verità inoppugnabile è che quel tipo di falli possono o non possono essere rigore. E il VAR, che la Juventus stessa in Italia già da mesi tende a osteggiare, proprio per questo motivo avrebbe potuto cancellare o confermare: ma comunque avrebbe reso meno istintiva tanto la decisione del giovane arbitro inglese, quanto quella dello stesso Buffon.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quell'aprile '97, sia per Gigi che per la Juventus. Che la sua ultima Champions la vinse pochi mesi prima, a Roma, contro l'Ajax. E che da allora, per demeriti propri e meriti altrui non è ancora riuscita a ripetersi. Da ora in avanti, però, la Coppa dalle grandi orecchie del 2018, l'ultima di Gigi Buffon, sarà per sempre - almeno a detta dei tifosi bianconeri - stata persa per colpa dei demeriti altrui, e nella fattispecie di un ragazzo di 33 anni, capace di far infrangere dagli undici metri il sogno d'una rimonta che era a un passo dal compiersi nella sua favolistica completezza.

Nessuno, però, di questa tragicomica notte del Bernabeu, ricorderà mai quella che, tra le dichiarazioni del più sconfitto tra gli sconfitti, è stata la più importante in assoluto: "Il Real Madrid ha meritato nelle due partite di passare il turno, sono stati più bravi di noi e rivinceranno la Champions".

Perché furioso, ribelle e inviperito, nel torto e nella tristezza, mista a rancore e rimpianto, Gigi Buffon resterà comunque uno che quella maledetta Champions, pur senza mai vincerla, ce l'ha nella storia e da grande uomo di calcio sa bene che, in fondo in fondo, quel rigore non è stato la causa fondamentale della fine della corsa della Juventus, in Champions. 

Della sua, invece, sì. A 21 anni dalla magica serata di Lodz e dalla genesi della saga internazionale del più grande portiere di tutti i tempi. Anche senza aver vinto la Champions.


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