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Mai dare per scontata la propria vittoria, anche se si è più forti. E dire che la Juve stessa l'aveva insegnato al Real

UN LIBRO GIà LETTO, UN FILM GIà VISTO, UNA CANZONE DAL RITORNELLO ARCINOTO. E UN FINALE CHE SOLO IL FATO POTEVA DESCRIVERE COSì MINUZIOSAMENTE


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"Il Napoli fa gioco, ma quando deve essere decisivo non ci riesce. Lemme lemme, avvolge l'avversario con cupidigia, ma non morde. Come se fosse facile.

La Juventus aspetta, sorniona, pronta a ripartire e colpire in velocità e determinatezza. E, cosa che la contraddistingue inequivocabilmente, non soffre. Mai. Almeno in Italia.

E' questa l'epica sfida, a suon di mordi-e-fuggi, che perdura tra anni tra le due grandi d'Italia. Che nel corso della loro reiterata corsa e rincorsa scudetto, peraltro, si sono anche migliorate, di anno in anno: entrambe, di stagione in stagione, migliorano in quanto a punteggio il loro cammino, ma senza mai cambiare il proprio imprinting tecnico-tattico.

E' così, è sempre così, e lo è stato anche allo Stadium: leone contro gazzella - indovinate voi chi interpreta chi - , o forse orso contro serpente.

La Juve, questa è la solita differenza, sa come si vince. Il Napoli no, e finché la Juve viaggerà su questi livelli non imparerà mai, anche perché fuori dall'Italia non vuole saperne di farlo. E allora, forse, toccherà davvero attendere che la Juve si stufi di vincere, per poter applaudire una nuova squadra capace di superarla? Chissà. Quel che a questo punto è certo, tutto sommato, è che solo un crollo più che verticale potrebbe cambiare le carte in tavola.

Carte che, però, si potevano cambiare anche in campo, lì dove s'è decisa buona parte della stagione.

Il cambio forzato di Chiellini ha costretto Howedes ad accentrarsi. Allegri lo ha spostato due volte (prima da destra sul centro-destra; poi sul centro-sinistra), ma alla lunga al fianco di Benatia ha dominato soprattutto fisicamente, contro il solo Mertens. La compattezza di squadra dei padroni di casa, che soprattutto nel primo tempo hanno opposto al possesso palla altrui un compattissimo 4-1-4-1, è bastata a tamponare ogni tipo di infiltrazione altrui in area.

L'inserimento anticipato di Milik e il conseguente passaggio al 4-2-3-1, in tal senso, avrebbe potuto costringere i due centraloni, a turno, a prendersi cura del polacco, aprendo qualche varco. Sarri ha invece preferito mantenere lo status quo - almeno sotto il profilo meramente tattico - ed ha sostituito Mertens con il suo pari ruolo, tenendo in campo Hamsik che, a onor del vero, stava facendo una buona partita. Eppure l'impressione sin dai primi minuti era quella: l'unica possibilità di penetrare davvero nell'area avversaria, almeno in zona centrale, era quella di portare via un uomo.

Allegri, dalla sua, ci ha messo invece pochissimo a dire "stop" a Dybala. L'argentino, così come l'altro fantasista Insigne, è rimasto relativamente in ombra per buonissima parte del suo impiego. Poter disporre di Cuadrado (e con Mandzukic e Bernardeschi ancora in panchina) è stato ovviamente il modo per costringere Mario Rui e Hamsik restare più bassi e soprattutto meno disponibili alla fase costruttiva: la lettura, da parte del tecnico bianconero, come sempre è stata eccellente.

Così come eccellente è stata la partita di Mehdi Benatia, che al netto delle sue uscite sgraziate e improbabili nei confronti della satira di Crozza, ha dimostrato che evidentemente di Bonucci c'era molto meno bisogno di quanto potesse sembrare.

Finale da Torino, in definitiva, 0 a 0. Il modo paradossalmente più sanguinolento di consegnare alla sola Inter, sabato sera, la remota possibilità di far compiere l'ardito miracolo a chi segue, che dalla sua ha la responsabilità, stasera, di non averci messo mai veramente il sangue, oltre che l'anima e la tecnica. Onore, ancora una volta, a chi veleggia invece indomito verso il settimo scudetto: per lo spettacolo servirà ancora una volta attendere, ma nel frattempo quelli che non hanno la bocca non buona ma buonissima si sazieranno eccome."

No, non sono impazzito né tanto meno ho scritto troppo presto l'editoriale post Juve-Napoli.

Semplicemente, questo sarebbe stato il pezzo che avrei scritto a corredo del match dell'anno se fosse andato un po' come tutti si aspettavano. Come probabilmente anche Allegri si aspettava, voleva, sperava, per come aveva impostato la partita e per come effettivamente è andata, fino al 90'. Solo un episodio, una giocata, una forzatura, poteva sbloccarla: e così è stato, nel gelo non climatico ma emozionale dello Stadium che ha visto svettare trionfalmente non Benatia, per una volta, sul colpitore di testa avversario, ma Koulibaly. Statuario e plastico nella movimentazione del terzo tempo, dominante nella rincorsa ed esemplare nello stacco. Il gol più importante della sua carriera è servito a far crollare il castello di certezze sui cui si basava interamente Juve-Napoli, fondata sulla paura del Napoli di non riuscire a vincere, e quella della Juventus di perdere. Ed entrambe, però, sono venute fuori solo a tempo scaduto.

Nel preciso istante in cui il campionato s'è riaperto, consentendoci di tenere finalmente accesa la fiammella dell'emozione fino a fine campionato. 'Finalmente', perché ormai è da anni che non assistiamo ad un duello scudetto vero, concreto, tirato fino all'ultimo minuto. E' quel che meritano tutti gli appassionati e forse anche la stessa Juventus, che per la prima volta, in quest'epoca realizzerà che (almeno stavolta) non basta dare il minimo per ottenere il massimo.

E dire che la medesima, simmetrica, lezione l'aveva rifilata, fino allo scadere, al Real a Madrid.

E' un po' come avere un bidone dell'immondizia al posto della memoria.


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