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La leggenda della farfalla azzurra e l'Italia che ancora è solo crisalide

SEGNALI DI CRESCITA, VAGHI, MA INCORAGGIANTI. LA STRADA CHE PORTA AL COMPIMENTO DEL PROGETTO DI MANCINI è ANCORA LUNGA, MA PER FORTUNA LO è ANCHE QUELLA CHE PORTA A EURO 2020


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Un umile contadino, molto tempo fa, rimase vedovo, e dovette prendersi cura delle sue figliole. Erano due ragazze vivaci e curiose, che spesso interrogavano il padre con domande anche meravigliosamente intriganti, atte a soddisfare il proprio desiderio di conoscenza. L'uomo, di carattere mite e d'intelletto semplice, spesso era in difficoltà, dinanzi agli interrogativi delle figlie, per cui decise di affidarle per un po' ad un saggio che viveva sull'eremo della montagna. Il santone, dicevano tutti, aveva la risposta giusta per ogni qualsiasi tipo di quesito. Le sorelle, quindi, vogliose di metterlo alla prova, escogitarono un piano: catturarono una rara farfalla azzurra, e una delle due la nascose nel proprio grembiule. La maggiore disse quindi alla minore: "Grazie alla farfalla, proveremo a ingannare il saggio: gli chiederemo se la farfalla che è nella mia mano è viva o morta. Se risponderà che è viva, stringerò la mano per ucciderla. Se risponderà che è morta, aprirò la mano e la libererò. Dunque la risposta che il saggio darà sarà sempre sbagliata”. Quando arrivarono dinanzi a lui, con ardore e sfacciataggine, chiesero al vecchio uomo barbuto: "Signore, vorremmo sapere se la farfalla che abbiamo qui in mano è viva o morta”.

Il saggio, senza esitare, sorrise a mezza bocca, e rispose: “Dipende da voi, dato che la farfalla è nelle vostre mani”

La leggenda della farfalla azzurra insegna che sia il presente che il futuro sono nelle nostre mani, e che non dovremmo mai provare a scaricare la responsabilità su altri, se le cose non vanno bene. Anche la farfalla azzurra, come tutti gli altri lepidotteri, nasce da un ciclo vitale composto da 4 stadi: uovo, bruco, crisalide e adulto. E la Nazionale, che ancora pur essendo azzurra certo non è già diventata farfalla, è al lavoro per arrivare all'ultimo stadio della sua trasformazione.

Un raro esemplare di farfalla azzurra, scientificamente nota come Morpho menelaus, lepidottero delle Nymphalidae, diffuso in America (getty)

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No, non siamo ancora usciti dal tunnel. La Nazionale non è quella che ci aspettavamo, vince contro la Finlandia, nella prima gara davvero fondamentale della nuova gestione, grazie alle netta superiorità tecnica dei singoli, ma non è certo quella che ci aspettavamo. Poco concreta davanti, arruffona in mezzo. Per fortuna solida, dietro, ma più che altro per la pochezza dei nostri avversari, il cui miglior uomo in campo - Pukki - era il capocannoniere della B inglese, non certo un top player.

Insomma, di strada da fare ce n'è ancora, e tanta. Ma è vero anche che da qui a Euro 2020, il primo banco di prova dell'attesa rinascita azzurra, mancano ancora 14 mesi. E il tempo, evidentemente, è quello che serve sia a Mancini, sia a molti dei nostri ragazzi.

Il nostro primo handicap resta l'essere rigidi e macchinosi in mezzo al campo. Un controsenso, considerato che questa è la prima Italia in cui si provano a far convivere due registi (Jorginho e Verratti) dai tempi di Prandelli che eppure provò, con risultati altalenanti, ad affiancare all'allora giovane centrocampista del PSG un Pirlo a fine carriera. Tentativo coraggioso, quello del CT, ma ancora da limare.

Troppo statici, nelle rispettive posizioni, gli uomini "mentali" della squadra. E per fortuna che al loro fianco abbiamo trovato un tuttocampista di livello spaziale come Barella, ad oggi, probabilmente, l'unico vero inamovibile del terzetto che sulla carta dovrà portarci sino al torneo itinerante che inizierà il 12 giugno 2020, e che dovrà gioco forza rivederci protagonisti. Da qui a quella data, presumibilmente, va anche detto che Zaniolo crescerà ancora, e forse troverà una sua definitiva collocazione nel ruolo in cui Mancini lo vede meglio - mezzala di inserimento - e in cui sporadicamente anche Di Francesco l'aveva impiegato. Per adesso il ragazzino non è si è ancora definitivamente formato, sotto il profilo tattico, per via della frenetica mutevolezza della Roma, ma la speranza sia giallorossa che azzurra è che nella prossima stagione sia quella non solo della sua consacrazione, ma anche quella in cui capiremo il modo per sfruttare al meglio le sue, già preziose, caratteristiche. In verità, personalmente credo molto nell'analisi di Mancini, che in lui intravede doti fisiche sufficienti per essere impiegato nel vivo del gioco, consentendogli ovviamente una certa libertà di partecipare alla fase offensiva ma anche di inserirsi, motivo per cui, da mezzala (sinistra o destra, è quasi indifferente), l'impressione è che già adesso possa essere un punto fisso. A quel punto, però, sarebbe automaticamente escluso uno tra Jorginho e Verratti, ma considerata la precarietà fisica del secondo, e il fatto che il primo renda al meglio solo in un contesto puramente sarriano o sarrista, la scelta sarebbe da adeguare di partita in partita.

Ma nonostante le nostre mancanze in mezzo, sono altri i reparti in cui ancora fatichiamo a mostrare cose buone.

Anzitutto in attacco, lì dove la media gol andrebbe quasi raddoppiata: 10 gol in 10 partite, per una rappresentativa come la nostra, sono davvero troppo pochi. E l'impressione è che il dato fatichi a riallinearsi rispetto alle aspettative, anche per via di una scelta che il Mancio continua, colpevolmente, a procrastinare.

Aveva iniziato ripescando uno dei 'suoi' uomini, come Balotelli, per poi rimetterlo in freezer dopo le prime difficoltà; ha, altrettanto colpevolmente, escluso in questa fase Belotti, nonostante sembri essersi finalmente ritrovato dopo mesi di letargo. Insiste su Immobile, che però fa fatica tanto a giocare a tre, quanto a livello internazionale. Convoca Pavoletti, ma non gli dà mai spazio. Sperimenta con Cutrone, senza però poi approfondire. Infine, ripone legittima fiducia in Kean, ma lo utilizza da ala, costringendolo a una fase costruttiva che non sa e non saprà mai fare, a maggior ragione dopo aver dimostrato, con la giocata del gol, che le sue doti sono ben altre.

...E poi c'è Quagliarella. Ovvero, il Totò Di Natale dei giorni nostri - e mai complimento fu più smaccato - , che pur avendo quasi il doppio degli anni di qualcuno dei suoi compagni, giocando una manciata di minuti s'è dimostrato più pericoloso di tutti i suoi compagni di reparto. Una risorsa infinitamente preziosa, quella rappresentata dal ragazzone di Castellammare, che in questo gruppo può e deve starci, almeno finché nessun altro saprà essere concreto e talentuoso quanto lui. E ad oggi, nessuno lo è, tant'è che il suo utilizzo, dal 1' martedi contro Liechtenstein, è quanto meno auspicabile. La speranza è che il CT, da qui all'estate, abbia il coraggio di puntare su un solo cavallo. Dandogli fiducia, anche a costo di "bucare" qualche appuntamento, ma facendo intraprendere intorno a lui un percorso costruttivo anche per i due esterni d'attacco, che devono necessariamente essere due tra Insigne, Bernardeschi e Chiesa, e che, al netto degli infortuni, lo sarebbero stati anche in questa prima fase delle qualificazioni.

Nulla da dire, per fortuna, sull'assetto difensivo centrale. Con Donnarumma e i suoi tantissimi, potenziali, vice (da Meret a Perin, passando per Sirigu e Cragno), insieme ai due senatori della difesa, Bonucci e Chiellini, che prima o poi lasceranno spazio a Mancini, Rugani, Caldara e Romagnoli, possiamo e dobbiamo dormire sogni tranquilli. Più che altro andando a riporre le ultime, legittime, ansie nella difficile selezione dei terzini. Se Florenzi e Criscito rappresentano delle certezze sulle quali personalmente non avrei dubbi, è vero anche che bisogna monitorare il ritorno di Conti e Spinazzola alla miglior condizione, così come anche la sobrietà con cui due ragazzi umili come Biraghi e Piccini interpretano il ruolo. Insomma, anche qui, nonostante gli acciacchi, e la difficoltà nell'individuare dei titolari certi, la scelta non manca.

Per questo il processo di selezione, più o meno naturale, è appena iniziato e, pur senza portare i frutti sperati, procede.

Se quella presa in mano dall'uomo di Jesi, dopo la drammatica parentesi di Ventura e l'interregno di Di Biagio, era solo un bruco, informe e mogio, la fase successiva è già nel vivo. E' difatti quando il bruco si trasforma in crisalide, che avvengono le maggiori trasformazioni. Solo quando la farfalla è giunta a maturazione all’interno della crisalide, l’involucro si rompe e l’insetto inizia ad uscire faticosamente dal bozzolo. Ed è questo un percorso che ancora dobbiamo compiere, consapevoli del fatto che non v'è alternativa alcuna. Dalla crisalide non si torna indietro, anzi. La farfalla, in tutta la sua soave eleganza e vasta cromaticità, è pronta a sbocciare, ed a prendersi la vita. Una vita che però, per quasi tutte le specie, è mediamente breve. Quasi tutte le farfalle, difatti, vivono circa un mese. 

Giusto il tempo che passa dal 12 giugno al 12 luglio 2020. Sarà lì che finalmente Mancini terrà anche la sua, di farfalla azzurra, tra le mani. Proprio come le irriverenti protagoniste della leggenda. 


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