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Juventus-Atalanta, quando la neve piace e conviene a tutti. O quasi

UN RINVIO CHE FA RIFLETTERE: NON SULLA NECESSITà DI FARLO - CHE ERA PALESE - MA IN GENERALE SULLE CONDIZIONI DEL NOSTRO CALCIO QUANDO SI TROVA AD AFFRONTARE SITUAZIONI DEL GENERE


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Le condizioni del terreno dello Stadium (getty)

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Certo che fa impressione vedere, nell'epoca del VAR, le partite rinviate per maltempo. Certo, direte voi, ma è un qualcosa di più grande del calcio, ed, ovviamente, anche dell'uomo, come la natura: ma sia il calcio che l'uomo ripetutamente riescono ad arginare lo strapotere della nostra gigantesca mamma. Eppure, non ancora in questo ambito: quando piove, tira vento, o nevica, non si gioca. Punto. Soprattutto in Italia, dove - chiedetelo a chi italiano non è - paradossalmente godiamo di uno dei climi più piacevoli e temperati.

E invece, puntualmente, di campionato in campionato ci ritroviamo ad assistere ad almeno 4-5 partite a stagione rigiocate - peraltro in condizioni tecniche completamente stravolte rispetto a prima - a distanza anche di mesi.

E qualcosa di simile potrebbe avverarsi anche nel caso di Juve-Atalanta. Che rigiocheranno, sì, ma la Coppa Italia, mercoledi sera, ma che sono vincolate al percorso in Champions della Signora prima di sapere quando si reincontreranno. Ad oggi, però, la data più plausibile sembra quella del 14 marzo. Staremo a vedere: del diman, d'altra parte, non v'è certezza nella vita, per cui figuriamoci in uno stadio, durante un inverno moderatamente rigido.

Quello che possiamo fare, per il momento, è semplicemente raccogliere una breve serie di considerazioni, più o meno opinabili, che sgorgano spontanee dopo l'ennesimo caso del genere. Provando, con onestà intellettuale, anche a reapplicarle quando se ne riproporrà l'occasione.

Punto 1: poca dietrologia, non si poteva giocare. Questo era evidente a occhio nudo: la neve aveva ricoperto il campo da quasi un'ora, quando già era stato liberato dai teloni protettivi che da quest'anno, con l'introduzione del VAR, vanno levati circa due ore prima dell'inizio della partita per dare modo alla tecnologia di essere testata. Ergo, non si potevano (come chiede qualcuno) mantenere i teloni protettivi. Però si poteva provare ad aspettare un po'. E qui entriamo nel

Punto 2: appunto. Quanto aspettare? Già alle 18:30, in verità, la neve era diminuita sino a praticamente azzerarsi. A quel punto sarebbe stato necessario, dopo averli pre allertati, far intervenire gli addetti alla rimozione, sperare che poi non ricominciasse a nevicare (cosa più o meno prevista, in ogni caso), e iniziare la partita con un certo ritardo. Un'ora, forse. Anche qualcosa in più. Forse addirittura un doppio posticipo con Roma-Milan. Ma...

Punto 3: è l'arbitro a ufficializzare il rinvio, ma sono le squadre e, soprattutto, le società a co-gestire la decisione. Giusto o meno che sia. Di certo sarebbe più democratico, politicamente corretto e anche vagamente poetico che fosse la terna arbitrale, in maniera completamente autonoma, a farlo, ma c'è un regolamento che prevede il coinvolgimento dei capitani, che poi a loro volta inevitabilmente si interfacciano con altre figure. Quindi alla fine, in realtà, quella di rinviare o meno una partita è una decisione assolutamente "collegiale". Da cui il

Punto 4: alla Juventus non è andata male. Non lo pensano, ovviamente, gli juventini, ma questo andare controcorrente sarebbe stato uguale per ogni altra tifoseria. "Ci sarebbe convenuto giocare oggi, contro la squadra riserve dell'Atalanta", dicono in molti (e meriterà un punto a parte, questo). Vero, ma anche senza Cuadrado (che a marzo tornerà), Higuain (che già tra tre giorni sarà in campo), Bernardeschi (che realisticamente potrebbe avere già chiuso la sua stagione), De Sciglio (che ne avrà per un paio di settimane), con un Dybala ancora non in grado di giocare 90', e Matuidi e Howedes certo non al meglio. E col rischio, peraltro, di vedere qualche altro pezzo ancor più pregiato della rosa "cadere" per via delle imperfette condizioni del terreno di gioco: Marotta, d'altra parte, s'era detto anche disposto a giocare, ma era a detta di tutti preoccupatissimi per questo sostanziale rischio infortuni. Ergo, alla Juventus "non è dispiaciuto" non giocare. Anche perché, quando recupererà, lo farà con Dybala-Higuain in campo, e non Alex Sandro nel tridente. Meglio, dai.

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Punto 5: anche all'Atalanta non è andata male. Di certo quando si rigiocherà la formazione titolare non sarà né reduce da uno degli impegni sportivi più roboanti della propria storia (la sfida di ritorno col Borussia), né alla vigilia di una gara di ritorno altrettanto decisiva, quale quella di Coppa Italia. E in campo, quindi, si presuppone possano esserci i titolari, e non una sorta di "squadra B". Ergo, ci saranno modo e condizioni per poter giocare questa partita in maniera più concentrata. Già, soprattutto coi titolari. Il che rimanda direttamente al punto 6.

Punto 6: come si spiega(va) la scelta, da parte di Gasperini, di impiegare un turn-over così estremo? Per intenderci, a metà luglio affrontò il Brusaporto, battendolo 15-0, con Berisha; Toloi, Mancini, Masiello; Castagne, Cristante, Pessina, Gosens; Orsolini, Cornelius, Kurtic.

Dando per scontato che quella che s'è l'è vista con il Dortmund tre giorni fa era la migliore Atalanta possibile, quella scelta per andare a Torino era diversa per 9/11esimi.

Personalmente penso di conoscere relativamente bene il modo di misurare le turnazioni da parte di un tecnico esperto e preparato come il Gasp, ma non ricordo in tutta la sua carriera recente una rivoluzione di questo tipo. Certo, gente come Cornelius, Castagne, Palomino e Gollini in stagione hanno già dato il cambio più volte ai loro rispettivi "titolari", ma non sempre tutti insieme. E, soprattutto, nella stessa partita in cui in campo si vedono anche Haas (51' totali nel campionato atalantino 2017-2018), Rizzo (0') e Melegoni (0'). Dando per scontato che comunque anche loro avrebbero sudato sette camice in campo, ma che messaggio si dà alla squadra nel suo insieme? Semplicemente, che la trasferta di Torino in campionato è una partita per la quale non si intende investire alcuna risorsa tecnica per vincere. Che poi è lo stesso messaggio che viene recepito anche all'esterno della squadra, dai tuoi tifosi, che magari non mugugnano (e anche questo andrebbe analizzato) ma a cui certo non può fare piacere. Ed i tifosi delle altre squadre, di rimando, ci rimangono male. Perché non è questo il giusto messaggio da fare passare, a maggior ragione se parliamo di una partita che come ovvio sarebbe stato anch'essa decisiva per le sorti del campionato. E quindi, il coinvolto è anche, inevitabilmente, il Napoli. Di cui parliamo al

Punto 7: neanche al Napoli, a conti fatti, è andata male. Soprattutto se dovesse vincere contro il Cagliari. Perché tra la Juventus che avrebbe giocato oggi, e quella che giocherà il recupero, magari ci saranno un Higuain e un Cuadrado in più, ma il valore della squadra resta su per giù quello. Per intenderci: se quella del 25 febbraio è una squadra, sulla carta, da 8, quella di marzo sarà una squadra da 9. Un punticino di differenza. In proporzione cambierà - in meglio - soprattutto l'Atalanta, che di fatto oggi avrebbe messo in campo giusto un paio di titolari, e che quindi tra tre settimane circa sarà notevolmente più competitiva (anche perché se, essendo sfavorita, uscirà anche dalla Coppa Italia, avrà nel raggiungimento di un piazzamento in campionato il suo ultimo obiettivo stagionale). A voler fare le pulci ai calendari, tra l'altro, per quanto le sfide tra Udinese e Spal non siano certo irresistibili per i bianconeri, giocare a metà tra queste due partite potrebbe rendere quantomeno un po' meno agevoli due - sempre sulla carta - passeggiate per una corazzata come la Juventus. E allora, è andata bene a tutti. O no?

Punto 8: ovviamente, no. Perché i tifosi che la Juventus ha notoriamente in tutto lo stivale, e che erano accorsi in massa anche nonostante il maltempo a Torino, avranno sì rimborsato il biglietto, ma in molti casi non se ne faranno nulla. Anzitutto perché per chi viaggia, per vedere una partita, il viaggio nel 90 per cento dei casi è anche una mini vacanza, con costi e tempistiche annessi. E quelli certo non vengono rimborsati come i biglietti. E quelli che invece semplicemente vorrebbero vedere la partita, con lo stesso biglietto? Beh, certo non sarà facile. Perché tra vedere una partita di domenica alle 18 e di mercoledi (pare, tra l'altro, sempre alle 18) c'è un abisso. E poi...

Punto 9: e poi c'è il fantacalcio. Il più importante degli impegni non importanti, o la meno importante delle passioni importanti. Qualcosa del genere, insomma. Che in casi come questo viene completamente rivoluzionato: anzitutto perché attendere il recupero tende inevitabilmente a stravolgere le condizioni delle partite. E poi, diciamoci la verità, fanno schifo le classifiche di Serie A quando per mesi sono "monche", e mettono in difficoltà coloro che le leggono, che si devono districare tra un "Lazio due partite in meno" e "Roma e Atalanta una partita un meno". Per questo in molti decidono di non aspettare, di applicare il 6 politico che, a conti fatti, si introduce come variabile anomalissima. Perché la fortuna, che già è una componente percentualmente impegnativa di questo gioco, quando si innescano gli inevitabili meccanismi legati al voto d'ufficio inizia ad assumere un peso specifico ingestibile. Insomma, che palle. E allora, chiudiamo questo sfogo col

Punto 10. Che in realtà non è neanche un punto, perché di fatto è la chiusura del cerchio del discorso: possibile che nel 2018 non esista modo di programmare le partite, coordinare le risorse umane e gli strumenti necessari, conoscendo relativamente bene anche le previsioni meteo, e non si riesca a trovare una soluzione per far giocare comunque le partite anche in condizioni del genere? La risposta, evidentemente, è no. Anche perché, com'è ovvio che sia, oltre alle squadre ed agli arbitri, di mezzo ci sono anche la Lega, le pay-tv, i prefetti, i calendari, gli orari da rispettare, la convenzione di Ginevra, la P2, il consesso di Bloomberg, una manciata di presbiteri secolari con le mani in pasta pure nel calcio che conta, Pippo Baudo, tre maestri venerabili della provincia di Cuneo e un paio di pezzi grossi della confraternita del Gran bollito alla piemontese.

Davvero un gran casino.


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