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Dal migliore dei non vincenti ad Ancelotti il passo è breve e necessario: ecco perché Carletto ha scelto Napoli (e viceversa)

FINITA L'ERA SARRI, SI RIPARTE CON UN TECNICO PIù PRAGMATICO E, SOPRATTUTTO, IN GRADO DI FAR FARE ALLA SQUADRA CHE è L'UNICA VERA CONTENDETE DELLA JUVENTUS IL DEFINITIVO SALTO DI QUALITà


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Al netto delle informazioni e gli spifferi di calciomercato che ogni redazione sportiva si ritrova a gestire (e personalmente siamo fieri di aver saputo, e dàtovi la notizia per concreta già a metà maggio, e certa lo scorso lunedi sera), esistono sempre delle sensazioni e delle opinioni che ci si scambiano, tra addetti ai lavori. Soprattutto se, come nel caso di Ancelotti e del Napoli, le due parti che vengono accostate sono apparentemente lontane e non congiungibili.

Era questo il sentimento comune che si percepiva, in merito, non più tardi di un paio di settimane fa: l'ennesimo nome clamoroso, accostato ad una società che di clamoroso in realtà non fa nulla da un trentennio. E, quindi, stante anche la diffusa insoddisfazione e scarsa fiducia nei confronti del patron di quella società, automaticamente il connubio sembrava poter essere derubricato nel sempre rigonfio carniere delle "solite str****te" di inizio mercato. Mai come stavolta, però, a torto.

"Perché dovrebbe venire a Napoli?", si chiedevano i tifosi un po' più riflessivi? E in effetti, di motivi per cui quel matrimonio che oggi è ancora in viaggio di nozze non dovesse farsi, ce n'erano diversi. E non serve, probabilmente, neanche ribadirli.

Gioco intellettuale e performance giornalistica più interessante, invece, possono essere la valutazione dei motivi per cui questo clamoroso ritorno in Serie A s'è poi effettivamente concretizzato: che poi altri non sono che le fondamenta del ragionamento che ogni redazione giornalistica, compresa la nostra, si ritrova ad analizzare per poi eventualmente approfondirne la veridicità.

Anzitutto, le volontà del diretto interessato. Che aveva già detto no, nell'ordine, al Milan e alla Nazionale (solo per rimanere alle due realtà a noi, ed a lui, più vicine e affini). Anche se al termine di due corteggiamenti intensi, Carletto ha ribadito di non volere ancora diventare CT, e di preferire la quotidianità del campo. Considerato che parliamo di uno che oggettivamente rientra nella top 3 degli allenatori mondiali - e che a mio personale parere svetta anche sul podio - , però, dirottarlo al di fuori di una grande almeno quanto lui poteva essere quanto meno azzardato.

Si, ma quale? Con Barcellona, City, United, Liverpool, Roma, Juventus e Real che andavano e vanno verso la conferma di rispettivi tecnici, il Bayern che l'aveva esonerato (gratuitamente) da pochi mesi, Borussia e PSG già con un accordo per il futuro in mano, le alternative evidentemente latitavano. Restavano in ballo le due londinesi: ma se al Chelsea già si sapeva dell'interesse per Sarri, in casa Arsenal la situazione all'epoca era assai magmatica. Inevitabile, dopo il decadimento di un punto di riferimento come Wenger, che a sensazione proprio Ancelotti avrebbe potuto colmare, per esperienza, carisma, e preparazione. Non per capacità di vittoria: in quello il nostro Carlo è maestro.

Forse proprio per questo l'ha scelto De Laurentiis. Il suo corteggimento era iniziato quasi un anno fa, mentre si giocavano quelle amichevoli estive che sono quasi sempre anche l'occasione per approfondire conoscenze, e stringere rapporti utili per calciatori, dirigenti ed, in questo caso, anche tecnici. La fascinazione prodotta da un profilo come quello del maestro di Reggiolo era ed è spontanea, soprattutto in un patron che proprio quelle vittorie che Ancelotti ha sempre portato a casa non è mai riuscito a raggiungere.

Un paradosso, visto che il Napoli si ritrovava in casa, osannato anche dal suo popolo, il migliore dei non vincenti: quel Maurizio Sarri il cui ciclo triennale - come si disse, già all'epoca del suo avvento - s'è esaurito tra gli applausi, i rimpianti e le recriminazioni polemiche. Proprio come le storie d'amore turbolente e fragorose, quelle che iniziano con una notte di sesso sfrenato, si lacerano a suon di padelle al vento, e non finiscono mai perché ti segnano a vita, nel bene e nel male.

Vincere aiuta a vincere, ma anche ad andare avanti insieme: e per quanto ci si voglia bene, senza vittoria i rapporti (in questo caso professionali) sono destinati a chiudersi. Questo lo sapeva Sarri e lo sapeva De Laurentiis, che ha colto la palla al balzo: anche perché mai come adesso esistono le possibilità concrete di fare, anche sul mercato, le 'pazzie' che per tanto tempo i tifosi hanno chiesto, invano. E che uno come Ancelotti non chiede, ma richiede: da qui l'ennesima remora, che si trasforma, nel nostro caso, in motivazione a favore dell' 'Ancelotti-sì'.

Già, perché nell'ultimo biennio la gestione della rosa da parte di Sarri, per quanto limitata nel suo essere stringente e selettiva, se da un lato ha abbattuto diverse valutazioni di mercato (vedi Tonelli, Rog e Maksimovic), è anche servita a far impennare quelle di quei 3-4 giocatori il cui valore assoluto è legato a doppio filo alla guida tecnica.

E che per questo devono assolutamente essere venduti per far cassa: per intenderci, difficilmente gente Jorginho e Mertens riuscirà a ripetersi, se non venissero impiegati nelle medesime condizioni in cui li ha messi Sarri. Ed avendo entrambi diversi corteggiatori, ed una valutazione di coppia non inferiore ai 100 milioni, dovranno per forza essere utili a costruire il Napoli che verrà. Che oltre a loro non avrà anche Reina, Maggio, e probabilmente Hamsik, e che dovrà quindi andare a mille già nei prossimi giorni (e non è escluso che un colpo venga chiuso addirittura entro fine settimana) per portare a casa tra gli 8 e i 10 nuovi giocatori. Lo si può fare, per quanto le pretese di Ancelotti siano legittimamente importanti: ci sono gli introiti delle ultime due gestioni europee ancora da investire, dei flussi di cassa ancora in ampio attivo, e un bottino dovuto alle cessioni non indifferente. Insomma, se il Napoli vorrà, potrà e dovrà fare un mercato nell'ordine di grandezza di quello fatto dal Milan un anno fa. Necessario, per dare ad Ancelotti una rosa di 17-18 e non 13-14 giocatori da poter alternare per potere, per una volta, provare a competere su più terreni, per quanto minati. E non ci si limiti a giudicare Carletto come quello che ha vinto solo perché riusciva ad avere tutto quello che voleva: i signori che rispondono a questo tipo di profilo sono in Premier, si chiamano Pep e José, e sono tutt'altra pasta rispetto a lui. Che, per inciso, al culmine della sua carriera, nella sua prima estate in Baviera chiese e ottenne sul mercato un solo rinforzo già pronto (Hummels, oltre al giovanissimo Sanches), neanche troppo oneroso (35 milioni). Ancelotti in realtà sa bene sia cosa vuole, sia cosa può avere.

E decide sempre in base a quanto bene sa di poter fare. A Napoli, evidentemente, sa di potere competere e fare meglio di chi l'ha preceduto: alchimia e obiettivo non facili, ma assolutamente possibili. Perché la competizione è nel DNA dell'uno e non dell'altra - intesa come la società - che sinora s'è limitata solo a diventare una grande squadra, senza mai tagliare il traguardo.

Già, competere. Un verbo che suona solenne, ma che nell'amino mite ma risoluto di Ancelotti è un dogma. Che però di tanto in tanto si fa anche allettare dalle fascinazioni: in questo caso, 'competere' non poteva significare altro che tornare in Italia, e provare a ribaltare il tavolo di un sistema calcio che non vede altro vincitore che non sia la Juventus. Ci hanno provato un po' tutti, fallendo miseramente, in questi anni. Ma mai nessuno con la sua risolutezza.

D'altro canto quale altra scelta migliore potresti prendere, dopo anni e anni a riscuotere successi in giro per i quattro massimi campionati europei? E quale momento migliore, se non questo, per affermarsi come personalità non solo tattica in grado di cambiare le cose?

C'è poi una motivazione di fondo, che solo i più giovani non ricorderanno: il suo profondo e viscerale rancore verso una città, più che una squadra - Torino - che non l'ha mai amato. Eppure lui, da tecnico della Juventus, prima di diventare il mito che oggi è, proprio in bianconero aveva provato a vincere. Era la fine degli anni '90, e mentre il calcio già iniziava a cambiare, lui subentrava a Lippi - che, ahilui, era ovviamente nel cuore degli juventini - e riusciva nell'impresa di non far vincere la Signora. Lesa maestà, per i tifosi, che per le sue guanciotte e i modi di fare rustici e immediati, tipici della sua terra, lo fecero diventare - parole sue - il 'ciccione dei tortellini'.

"Troppo triste (Torino), lontana un paio di galassie dal mio modo di essere. [...] La Juventus era una squadra che non avevo mai amato, e che probabilmente non amerò mai, anche per l'accoglienza che qualche mente superiore mi riserva tutte le volte che torno. Per me è sempre stata una rivale [...] Non mi sono mai sentito a casa, mi sembrava di essere l'ingranaggio di una grande azienda. Per il sentimento, prego, rivolgersi altrove".

L'ha descritta così, in breve, la sua esperienza alla Juventus, Carletto. Come biasimarlo. E come non trovare, quindi, altra enfasi nella sua scelta di sfidarla direttamente, oggi, vis-a-vis, nel pieno della sua completezza tecnica e societaria, come ancora non era all'epoca. Una sfida di quelle epiche e bellissime, che il nostro calcio fatica a consegnare nelle mani di chiunque. Non nelle sue, ovviamente, visto che il connubio è talmente folle - Carlo saggio e pacato, Napoli imprevedibile e turbolenta - da potere addirittura funzionare.

La scelta giusta per entrambi, verrebbe da dire, per quanto beffardo possa sembrare il destino che li ha messi l'uno nelle mani dell'altra (o dell'altro, ma distinguere tra Napoli città e squadra è sempre esercizio non facile). In realtà, solo all'apparenza. Certo, più facile sarebbe stato immaginarlo nuovamente al Milan o alla Roma, che gli sono entrate per ovvi motivi nel cuore, ma la dote più importante di un allenatore è conoscere e conoscersi. Carlo, a 60 anni, si conosce benissimo, e conosce benissimo il nostro calcio. E sa che, per continuare a vincere e quindi essere sé stesso, in Serie A avrebbe potuto scegliere solo il Napoli o la Juventus. Una troppo lontana da sé; l'altra, forse, inaspettatamente vicina.

Anche per dimostrare che, a quelli che gli inveivano contro 'un maiale non può allenare' - "un'insopportabile mancanza di rispetto verso la figura del maiale", ci scherzerà su intelligentemente lui -, le cose possono cambiare eccome. Se un Conte qualsiasi può diventare Presidente del consiglio, un Mancini che dalla Nazionale è sempre stato ripudiato (provare a) diventare il suo Salvatore, e un giovane allievo di Ancelotti come Zidane già raggiungerlo sul terreno delle vittorie in Champions (3), allora tutto può succedere. Ma queste, singolarmente, sono tutte altre storie - e non è detto che non ne parleremo in questa sede, anzi.

In attesa di vedere cosa ne sarà di questo matrimonio tra la popolarità dell'acqua e la nobilità dell'olio, per lo meno ne abbiamo fantasticato. Proprio come si fece, a voce alta, ed in sede di confronto, quando Ancelotti-Napoli sembrava ancora solo uno scherzo. E neanche del destino.


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