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MEMENTO - Pino Taglialatela, portiere pipistrello

Intervista esclusiva al Batman azzurro, dagli inizi nelle giovanili a quel rigore parato a Signori...


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12 dicembre 1995, San Siro: il Milan di Capello ospita il Napoli di Boskov. I rossoneri, dall’estate precedente, sono ufficialmente orfani di Van Basten: al centro dell’attacco rossonero c’è George Weah, non ancora King; con lui, due geni del pallone: Roberto Baggio e Dejan Savicevic. Gli azzurri stanno vivendo un momento di ridimensionamento: i problemi finanziari obbligano a cessioni eccellenti – quell’estate toccò a Fabio Cannavaro, spedito al Parma in cambio di 13 miliardi. La lotta fra le due squadre appare impari da subito: è un tiro al bersaglio che al 23’ del primo tempo può già andare a segno: Baggio lancia Weah, che costringe Cruz ad atterrarlo in area: Pellegrino comanda il calcio di rigore. Sul dischetto si presenta lo stesso Baggio, uno che non sbaglia un rigore da più di due anni: la piazza, angolata, alla destra del portiere. Ma davanti non si trova un portiere normale: davanti al Divin Codino, quel giorno, c’è uno dei migliori numeri 1 degli anni ’90, un favoloso guardiano tutto istinto ed esplosività, uno dei più grandi pararigori che il nostro calcio ricordi. Davanti al Divin Codino, quel giorno, c’è Pino Taglialatela, che si allunga alla sua destra e respinge quegli 11 metri di San Siro che avrebbero tanto voluto urlare “goal”. E che “goal” non urlarono, almeno per quel giorno: Milan – Napoli finisce 0-0, Taglialatela è decisivo e, da quel giorno, entra nella leggenda come Batman. Il portiere pipistrello.

 

 

In realtà il soprannome supereroistico era arrivato un po’ prima: era il 1993, e per Pino era la prima partita della prima stagione da titolare con la maglia del Napoli. A battezzarlo, come è ormai ventennale tradizione, fu Raffaele Auriemma; la partita, uno sfortunato Napoli – Sampdoria, finì 2-1 per i blucerchiati.
Ma come si diventa Batman? Invece di farmi domande ed improvvisare congetture, ho avuto la possibilità di confrontarmi direttamente con lui, il pipistrello in persona, Pino Taglialatela, per farmelo spiegare. Disponibile e preciso come pochi, l’ex numero 1 azzurro mi ha raccontato la sua carriera e me lo ha fatto capire: con impegno, dedizione, studio e la giusta gavetta. Oltre a una serie di doti naturali che non guastano mai.

 

Parte da Ischia, la storia di Pino: nativo dell’isola dell’arcipelago napoletano, Taglialatela gioca dai 9 ai 14 anni nella squadra locale. È forte, Pino, ed i dirigenti isolani lo capiscono. A 13 anni, in età da Giovanissimi, gli capitava di giocare anche tre partite a settimana: “Il sabato con Allievi e Beretti, la domenica con i Giovanissimi. Non avrei potuto perché ero troppo piccolo: avevo tre nomi e tre età”.

 

Capitava, all’Ischia, di giocare contro i ragazzi del Napoli: e capitava che a quelle partite, al Delle Palme di Agnano, assistessero anche i dirigenti azzurri. C’era Angelo Benedicto Sormani, mister della Primavera; c’era Rosario Rivellino, responsabile del settore giovanile; c’era Alberto Delfrati, vice di Marchesi ed allenatore dei portieri. Il giovane Pino impressiona, viene seguito per tutto il campionato, ed alla fine acquistato per difendere i pali della Beretti del Napoli. Ma è solo l’inizio: dopo un anno Luciano Castellini, portiere titolare, decide di fare un allenamento con gli estremi difensori delle giovanili: fra Delle Cave, della Primavera, e Marinelli, degli Allievi, chi spicca è proprio Taglialatela, quello di Ischia che gioca nella Beretti: nel 1985/1986, secondo anno dalla venuta di Diego, Pino va in ritiro con la prima squadra; l’anno successivo, è terzo portiere nella rosa del primo scudetto.

 

Dopo due anni di Primavera, è il momento di andarsi a fare le ossa e di confrontarsi con il calcio dei grandi: il diciannovenne Taglialatela viene ceduto in prestito al Palermo, in Serie C1. Pino arriva in Sicilia convinto di fare il secondo a Pietro Pappalardo, dieci anni di esperienza in più di lui. Mister Rumignani li alterna nelle prime partite di Coppa Italia; poi, la decisione inaspettata: “Giocavamo la prima di campionato contro la Vis Pesaro, poco prima della partita Rumignani mi disse che mi avrebbe schierato titolare”. E titolare rimase per tutta la stagione: il Palermo concluse con il terzo posto e la miglior difesa (19 goal subiti) un’annata difficile (“stavano ristrutturando La Favorita per Italia ’90, giocammo tutto il campionato a Trapani: eravamo sempre in trasferta”). Nell’89/90, è la volta della Serie B con l’Avellino e delle prime presenze in under 21. Quindi, dopo il secondo scudetto, un anno a Napoli a far da secondo a Galli, che culminerà con l’esordio in Serie A a Torino, contro la Juventus.

 

Ma Pino vuole continuare a crescere e a giocare, ed allora ritorna a Palermo per un altro prestito. Nel 1992/1993 dovrebbe andare a Terni, ma la società fallisce e dopo pochi giorni Taglialatela torna a Napoli. Si prospetta un altro anno a far da spalla a Galli, ma poi si chiude l’accordo, sempre in prestito, con il Bari. Alcuni scriveranno che Galli non gradiva il portiere isolano come secondo, ma la realtà è un’altra: “Fui io a voler andare via: a quell’età conta giocare, non volevo rimanere per stare in panchina”. In Puglia, in Serie B, Pino gioca e si trova benissimo. Un giorno, Matarrese lo convoca nel suo ufficio: “Voleva acquistarmi, chiamò Ferlaino con me presente: si erano praticamente accordati, due miliardi per la comproprietà”. Da una parte, Pino vive la soddisfazione di una società che crede in lui; dall’altra, la delusione per l’abbandono della casa madre. Ma questa situazione dura poco, giusto qualche giorno, perché poi è Napoli a chiamare Taglialatela: “L’anno prossimo cediamo Galli e torni a Napoli da titolare”.

 

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Taglialatela con la maglia del Napoli (getty images)


La squadra azzurra viveva il periodo di smarrimento dell’immediato post-Maradona: l’instabilità finanziaria costringeva a cedere i big (a parte il succitato Cannavaro, lasciarono Napoli i vari Ferrara, Zola e Crippa); il ritiro pre-campionato si viveva con l’incubo di non potersi iscrivere: “Nel 1995”, ricorda Pino, “Pavarese (dg azzurro, ndr) arrivò in ritiro con una bottiglia di champagne: era felicissimo, anche quell’anno era riuscito ad iscriverci al campionato. Situazioni del genere erano all’ordine del giorno”. Eppure non furono brutti anni: “Ci qualificammo in Coppa UEFA con Lippi, la sfiorammo con Boskov, poi arrivammo in finale di Coppa Italia con Simoni”. È il periodo d’oro di Taglialatela, corteggiato dalle grandi del calcio europeo, adorato dalla piazza napoletana, sponsorizzato da chiunque per la nazionale, che magari sarebbe riuscito a conquistare se avesse giocato altrove: “Ma non ho rimpianti: l’affetto dei tifosi napoletani non si paga. Rifarei tutto”. Un simbolo di quel Napoli, Pino. Anzi, Batman, come tutti lo hanno sempre chiamato e continuano a chiamarlo. E a lui piace, Batman, tanto che nel 1996/1997 crea, in collaborazione con la Lotto, la maglia che utilizzerà per tutta la stagione: una divisa personalizzata, con tre simboli del supereroe. Una casacca oggi introvabile, che quell’anno volevano anche gli insospettabili: “A fine partita venivano tutti a chiedermi una maglia: capitani avversari, allenatori, persino arbitri e guardalinee. Credo di averne regalate almeno trecento”.

 

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La Bat-maglia (dal profilo twitter di Taglialatela)
 


In quel periodo d’oro, Pino si crea la reputazione di pararigori. In Serie A ha una media spaventosa: 12 su 26, il 48%. Che sarebbe stato il 50% secco “se nelle tre partite che giocai nel 1991 non avessi subito due rigori”. Ma come si fa a diventare uno specialista dei rigori respinti? Batman crede d’essere stato aiutato dall’istinto, dalla reattività e dall’esplosività, le sue doti principali. Ma accanto a queste c’è anche un grande studio di video e statistiche. Il rigore più importante che ricorda d’aver parato è quello, succitato, a Baggio; quello che gli ha dato più soddisfazione, invece, è stato respinto il 5 maggio 1996, in un Lazio – Napoli, a Beppe Signori: “Spesso mi capitava di intuire il lato su cui lanciarmi guardando la preparazione: con Signori, che tirava senza rincorsa, mi risultava difficile. Durante un quarto di finale di Coppa Italia, poi, mi segnò un rigore tirandolo a sinistra: studiandolo, capii che prima di calciare faceva due movimenti diversi da cui dipendeva la destinazione. Quando lo rincontrai in campionato, fece un movimento diverso: calciò a destra, parai”.

 

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Baggio, Signori, Chiesa: vittime celebri (getty images)
 

 

Le soddisfazioni fra i pali, però, cominciarono a non corrispondere con quelle in mezzo al campo: dopo la Coppa Italia persa in finale contro il Vicenza, Simoni andò via (“voleva più anni di contratto, la società non poteva concederglieli”) ed il Napoli cadde nel baratro. Il 1997/1998 fu l’anno dei 4 allenatori (Mutti, Mazzone, Galeone, Montefusco), l’anno di Asanovic e Calderon, l’anno in cui Pino fu migliore in campo dopo aver subito sei goal dalla Roma – l’anno in cui Pino pianse sulla spalla di Fabio Cannavaro, l’11 aprile 1998, quando il Napoli fu ufficialmente condannato, 37 anni dopo, alla Serie B.

 

 

Capitano nel primo anno in cadetteria (nono posto), nel 1999 Pino fu costretto a trasferirsi alla Fiorentina: “Ero un prodotto del settore giovanile, dalla mia cessione sarebbe derivata un’ottima plusvalenza e Ferlaino aveva bisogno di soldi per iscriversi al campionato successivo”. Appese i guantoni al chiodo nel 2006, dopo tre anni a Firenze e tre fra Siena, Benevento ed Avellino, tutti da comprimario.

 

Napoli, ovviamente, non lo ha mai dimenticato: con il passare degli anni l’affetto dei tifosi non è per niente diminuito, ed ancora oggi nessuno lo chiama Pino: per tutti, è ancora Batman. E non è escluso che i tifosi azzurri possano vederne un altro, di Batman Taglialatela, fra i pali del San Paolo. Magari il figlio di Pino, Luca, classe 1995, portiere dell’Ischia: “È giovane, sta facendo esperienza: ha tanta passione, è un ragazzo serio, gli piace fare il professionista. È partito dal basso, dalle scuole calcio di Ischia, proprio come me”. Senza temere il paragone con il padre: “Potrebbe sembrare un confronto duro, ma lui la vive con grande serenità. E se mi chiedesse la maglia di Batman, gliela darei con grande piacere”.

 

Antonio Cristiano

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