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MEMENTO - Rui Costa, storia del Maestro che illuminò Firenze

Pioggia di assist e magie con Benfica, Fiorentina e Milan


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Questa storia parla d'amore e leggerezza, d'assist e carezze, lacrime, sole d'Algarve, fedeltà, cuore. Avrebbe potuto scriverla José Saramago, Maestro pure lui, soltanto di un tipo differente. Vi racconterò il ragazzo semplice che sa commuoversi, il dez pagato 85 miliardi di lire dal Milan, il giovane ch'aveva l'abitudine d'uscire per ultimo dagli spogliatoi prima delle partite come il suo idolo, Carlos Manuel; Rui è il bimbo gracilino trascinato della Damaia (bairro umile della capitale lusitana) alla Cattedrale da Eusebio, la Pantera Nera c'aveva visto lungo. Ci son stelle che nascono per attrazione gravitazionale all'interno di una nebulosa, poi c'è Rui Manuel César Costa, elegante, sinuoso, innamorato di quel pallone che porta a spasso a testa in su come Antognoni, a mo' d'abatoncello, per dirla alla Brera.

 

 

 

 

 

 

AUTOGRAFI - Chiedetegli quale sia stato il rimpianto più grosso, provateci, non tirerà in ballo rigori sbagliati o qualche scelta di mercato frettolosa, vi parlerà dell'aver lasciato gli studi prematuramente. Già, con Rui il cliché del calciatore-tonto non funziona, perché l'aria pacata, tranquilla, un po' da intellettuale, è giustificata dai romanzi, dalle opere a teatro, dai manuali di storia che puntualmente campeggiano sul comodino del ragazzo nato il 29 marzo 1972, l'anno della quinta Milano-Sanremo di Eddy Merckx e de Il Padrino di Coppola (non che Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda sia da sottovalutare). Il piccolo Rui Costa è un bimbo modello, Vitor, il padre, se lo coccola e si stropiccia gli occhi guardandolo importunare gli amici di famiglia, obbligati a fare due tiri a pallone con lui tra divano e finestra in attesa della zuppa di pesce di mamma Manuela. Rui a scuola va bene, i professori spendono parole dolci, ma il talento è come i leggings, non mente mai: tra buoni voti e piedi buoni i genitori lasciano che siano i secondi a trionfare, col piccolo gioiello di famiglia al settimo cielo ogni domenica, quando si presenta al da Luz in veste di raccattapalle a caccia di autografi. 'Ci restavo male quando non mi davano l'autografo, per questo adesso mi fa molto piacere firmarli, soprattutto ai bambini'.

 

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La grinta di Rui con un giovanissimo CR7 (Getty Images)

 

ENCARNADOS - Le storie di Rui e del Benfica s'intrecciano presto, ma è dopo la vittoria al Mondiale U20 col Portogallo che O Maestro diventerà un punto di riferimento per la Aquile di Lisbona. La spedizione mondiale casalinga (gli andrà male invece quella Europea contro la Grecia ad Euro 2004) guidata da Queiroz è trionfale e Rui Costa (maglia numero 5) segna il gol decisivo nella semifinale contro l'Australia. Il 29 giugno 1991, contro il Brasile di Roberto Carlos e Giovane Elber (in tutti i sensi), Peixe, Figo, Joao Pinto ed Abel Xavier regalarono la coppa alla Selecçao dopo i calci di rigore (Rui Costa segnò proprio il decisivo), bissando il successo del 1989 in Arabia Saudita. Coi rossi l'Aedo di Lisbona (uno dei tanti soprannomi di Pellegatti) incanta la Cattedrale e mezza Europa col suo passo felpato ed i suoi dribbling, vincendo una Taça de Portugal ed un campionato a braccetto con Joao Pinto in mediana. Paulo Futre non fa in tempo a predirgli un roseo futuro, ch'è già ora di far le valigie: la società non naviga nell'oro e preferisce vendere il baby trequartista, Porto, Barça di Cruijff e Fiorentina sulle sue tracce.

 

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Bati e Rui in viola (Getty Images)

 

IL COLORE VIOLA - Estate '94, la Fiorentina di Cecchi Gori sborsa 11 miliardi del vecchio conio per assicurarsi le prestazioni del portoghese ed affiancarlo a Toldo, Marcio Santos, Flachi, Robbiati e Batistuta: non solo gol e assist col Re Leone, sarà anche amicizia vera, vacanze insieme, sarà il passaggio della fascia da capitano e rimproveri al solista Edmundo, sarà la storia di Firenze, nonostante fossero persone completamente diverse. L'amica-giornalista Sara Meini racconterà che Rui fosse abituato a lasciare la macchina (una Mitsubishi rossa) davanti al Bar Marisa, fuori dal Franchi, per poter godere del calore dei tifosi una volta uscito dagli spogliatoi. In Viola vincerà poco ma entrerà indelebilmente nel cuore della Fiesole al pari di mostri sacri quali Baggio ed Antognoni; al Franchi gli dedicano qualche coro, ma lui non capisce: 'Non sapevo che con Manuel si riferissero a me, non sono abituato a quel nome, in Portogallo mi chiamano Rui o Rui Costa'. Detto fatto, la Fiesole rettifica parafrasando Santana:

 

'Rui / baila la Portuguesa / passa la pelota a Nuno / segna e poi facci cantar'

 

I cori vanno da Jesus Christ Superstar ('solo noi, solo noi, il portoghese l'abbiamo noi') a We will rock you dei Queen, Firenze gli entra nel cuore nonostante lo scarno palmares ('ho vinto poco a Firenze, ma a livello di affetto non so quante Champions League ho conquistato' - dirà in un'intervista tempo dopo) e le diverse difficolà. Tatticamente, tutta Italia s'accorge di lui in un fragoroso climax ascendente passando da Ranieri, che spesso l'utilizzava sulla fascia, a Malesani, Trapattoni e Terim; proprio riguardo al turco, dirà: 'se fossi un allenatore, vorrei essere come lui'. I gol a Firenze saranno 50 in sette stagioni e 276 presenze, ma la crisi del settimo anno, come nella più passionale delle storie d'amore, arriva a causa della società, costretta a vendere i pezzi pregiati per salvarsi dal fallimento (Batigol spedito a Roma la stagione precedente, Toldo all'Inter).

 

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L'anno della sesta Champions League (Getty Images)

 

L'ANIMA AL DIAVOLO - Il 26 giugno 2001 Rui è in vacanza in Portogallo, squilla il telefono, gli dicono che deve a tutti i costi lasciare Firenze. Per il portoghese sono attimi drammatici, voleranno parole grosse, scenderanno lacrime, talmente tante da annullare la festa del settimo anniversario di matrimonio con Rute, la ragazza storica sin dall'adolescenza. Rui di andarsene non ne vuol sapere, ma il telefono di Cecchi Gori squilla a vuoto. Lo vorrebbero il Parma di Tanzi e la Lazio di Cragnoitti, Rui risponde picche ai crociati accettando l'offerta laziale anche grazie all'intercessione di Simone Inzaghi, correva il primo luglio. Alle 2 del mattino lo chiama Galliani, a Rui torna il sorriso, preme il tasto verde ed accetta la proposta rossonera, firmando il contratto più importante in carriera e facendo intascare alla Fiorentina ben 85 miliardi di lire. A San Siro Rui Costa farà fatica a segnare (solo 11 reti in 192 presenze), ma delizierà la Sud con quasi 70 assist in cinque anni fatti di dolori (Istanbul), gioie (la Champions contro la Juventus e la Supercoppa Europea vinta contro i rivali del Porto con tanto di assist) e passaggi di consegne (l'anno dello Scudetto con l'esplosione di Kakà e le continue staffette).

Nel maggio 2006 il Musagete rescinde consensualmente col Milan ("Il Milan però ti entra nelle vene e non ne esce più") e fa ritorno al Benfica, pensate: negli ultimi due anni di Liga Portoghese segnerà più reti rispetto ai cinque anni in Serie A coi rossoneri. Tornerà a San Siro, da avversario, il 18 settembre 2007, accolto come un eroe, per una partita di Champions League. Dopo l'addio al calcio giocato Rui diventa direttore sportivo del club di Lisbona, impegnato in questi giorni nelle semifinali di Europa League.

 

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Certi amori non finiscono... (Getty Images)

 

OBRIGADO - Seppur permaloso (per sua stessa ammissione), quella di Rui è stata una carriera fatta di emozioni vere, provate da un uomo umile, disponibile, ben lontano dai divismi caratterizzanti altri colleghi. Mai fuori posto (a parte nel 1997, quando fu espulso contro la Germania per aver abbandonato troppo lentamente il terreno di gioco al momento della sostituzione), Rui amava partecipare alle chat coi tifosi sul sito ufficiale di Giancarlo Antognoni nascosto da un finto nickname e scrivere articoli sul Corriere della Sera dopo aver danzato per il campo, con quel cerotto al naso e quella fascia al ginocchio per tenere al caldo il prezioso rotuleo. Manuel è il padre premuroso che dal primogenito Felipe si fa ancora chiamare Babbo, rievocando quella specie di saudade toscana che lo contraddistinguerà sempre, è il benfiquista col cuore viola a sfumature rossonere, è un po' Zidane e un po' Di Stefano, nonostante spesso in patria la gente lo confonda con Paulo Sousa (stessa sorte a parti invertite tocca all'ex juventino). Grazie per l'attaccamento alla maglia, per le lacrime, la fantasia, gli assist, per l'eleganza vintage e le movenze da numero 10 senza muscoli e tatuaggi, obrigado, Rui.

 

Alan Bisio

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